L’instabile situazione criminale potrebbe diventare il banco di prova per un’antimafia della praticità.

GIuliAno maminO

È la storia del nostro Paese: ne succede una di quelle grosse e si casca tutti giù dal pero, assieme.

Al diavolo le pianificazioni, la difficile arte di programmare con certosina precisione gli interventi sociali, valutando attentamente i pro e i contro.
Dovessi riprendere l’arcinoto discorso sulla democrazia di Pericle agli Ateniesi, lo adatterei alla nostra situazione pressappoco così: “Noi siamo liberi, liberi di ignorare e trascurare; e tuttavia sempre pronti all’emergenza, ché solo allora ci riscopriamo sconvolti e increduli. Il segreto di Pulcinella ci accompagna e modella ogni nostra in funzione di provvedimenti sempre eccezionali, ma non per incompetenza o trascuratezza, bensì per ribadire come a essere eccezionale sia il nostro Paese! Qui in Italia noi facciamo così”.

Mi si perdoni questo excursus, ma le vicende di questi giorni nel nord della Puglia hanno ribadito una dinamica troppo consolidata.

Mi riferisco ovviamente all’incendio del Gran Ghetto di Rignano Garganico e ai colpi di pistola esplosi contro i mezzi della polizia a San Severo.

In Puglia, signore e signori miei, c’è la mafia! Che dico “la”: ci sono LE mafie!

Questa è una notizia sensazionale che va trattata con la giusta attenzione e il giusto peso. Con quella narrazione frenetica da scoperta dell’acqua calda che ora ci propina la storia della “nuova” mafia, come se si trattasse di una scoperta scientifica.

Perché gli appena trent’anni di accertata attività mafiosa in tutta la Puglia, con nomi e cognomi delle varie organizzazioni, non sono sufficienti.
Gli appelli e le udienze parlamentari (l’ultima nel 2014) di uomini delle istituzioni come il Questore di Foggia Piernicola Silvis, che chiedono con forza risorse, attenzione e supporto non sono stati condotti con sufficiente convinzione.

Addentriamoci brevemente nel quadro criminale pugliese.

Partiamo dal Salento, perché la situazione è più lineare. La Sacra Corona Unita (SCU) è stata creata nei primi anni Ottanta da parte di alcuni membri della ‘ndrangheta, tra cui Umberto Bellocco. Federare i gruppi criminali presenti per argininare le mire espansionistiche di Raffaele Cutolo, fondatore della Nuova Camorra Organizzata (NCO), il quale stava organizzando una struttura simile in Puglia. Questo era il primo obiettivo delle cosche calabresi. A seguito della definitiva condanna del Professore di Ottaviano, tuttavia, il suo progetto rimase incompiuto. Da una parte si costituirono infatti alcuni sodalizi come la Società Foggiana e quella Tarantina. Dall'altra la SCU, maggiormente organizzata e capace di estendere la propria signoria territoriale fino alla provincia barese.
Nel nord della Puglia lo scenario criminale è infatti molto eterogeneo, per la presenza di gruppi più strutturati in centri urbani come Bari, Foggia, San Severo e Lucera.
La Capitanata è una polveriera di apparente disordine criminale.

Questo è vero soprattutto per quegli osservatori che sono stati abituati al racconto delle grandi mafie classiche, quelle compatte che controllano le regioni di origine e allungano i loro tentacoli sul resto dell’Italia e del mondo.

Sappiamo da tempo quali sono le famiglie predominanti nel panorama pugliese: una vera e propria geografia parallela al potere statale. L'errore maggiore è stato quello di giudicare arretrate queste realtà criminali solo per la particolare violenza dimostrata. Di considerarle meno pericolose, perché non in grado di penetrare nel tessuto socioeconomico locale, come camorra e ‘ndrangheta.
Per chi si occupa di politiche pubbliche e scienze sociali, quello pugliese è uno scenario di primo rilievo per vedere come si evolve un'organizzazione criminale.
E potrebbe divenire un case study per elaborare definizioni più complete.
Nel foggiano abbiamo gruppi di origine fondiaria e agro-pastorale, dediti alla gestione delle attività contadine su un territorio morfologicamente eterogeneo.

L’origine della loro ostilità ai poteri costituiti e della propria volontà di autogestirsi risale al periodo preunitario, quando nella zona erano attive numerose bande di briganti.
Queste hanno fornito il substrate culturale della diffusa ostilità verso le istituzioni per la cronica carenza di infrastrutture, servizi e risorse.
Il risultato è una sorta di dispensa morale di fronte alla scelta di delinquere.
E non mi riferisco alla criminalità comune, ma alla gestione e distribuzione illegale di servizi e beni destinati alla collettività.

Diventa fondamentale, in questo caso, mettere sotto la lente il caso del Gran Ghetto, perché ci rivela la funzione del caporalato. Un servizio trasversale all’intero territorio pugliese, gestito da diverse mafie, per diversi utenti finali. Un servizio che raramente crea conflitti tra i gruppi criminali, perché v’è accordo o perché di lavoro ce n’è per tutti. E il triangolo dei pomodori di Foggia è solo uno dei luoghi.

Ma il Crimine non è solo questo. Il Crimine è gestione dei servizi turistici sul litorale garganico, al punto da avviare una faida che dal 2015 si porta dietro morti tra famiglie rivali, le ultime avvenute a fine gennaio.
Il Crimine è traffico di droga, racket specializzato, assalto a portavalori e costante, quotidiana, sfida alle istituzioni. Una situazione giustamente definita “da Far West”.

La questione non deve più essere, allora, se con mafia possa intendersi un’organizzazione gerarchicamente strutturata che si occupa di traffico di droga, oppure un gruppo con diversi livelli di specializzazione e che fornisce servizi e/o protezione.

La mafia si definisce culturalmente, non in base alle modalità con cui gestisce i propri affari.

La mafia si riconosce da come ammorba il vivere libero e indipendente delle persone. Da come rende una scelta complicata comprare il pane in questo o in quel negozio, accedere a questa o a quella zona, porgere un saluto reverente a questo o a quel personaggio.

Parliamo di elementi che sfuggono alle statistiche, ma che potrebbero riempire pagine di analisi sulla vittimizzazione collettiva.

Un elemento positivo, tuttavia, viene dal mondo della ricerca, solitamente incapace di cogliere la dimensione culturale della mafia. Si tratta della Community policy e nel caso pugliese potrebbe portare effetti più che positivi. Nata in ambiente anglosassone, e pensata inizialmente per i crimini contro il patrimonio, la Situational Crime Prevention risulterebbe particolarmente efficace nei confronti di gruppi mafiosi non ancora unificati e privi di efficaci sponde politiche, non in grado di allontanarsi dal territorio d’origine.

Parlare di rational choice e crime prevention vorrebbe dire, pertanto, operare secondo logiche non emergenziali.

Significa fare un discorso onesto col Sud del Paese che affronti le tematiche dell’abbandono sistematico di ogni scusa storica, per farsi carico di responsabilità e costi da condividere collettivamente. Considero pertanto estremamente positiva la ricezione della mozione del consigliere Cinque stelle Rosa Barone per dotare Foggia di una sezione distaccata della DIA.
Tuttavia questa richiesta è stata tuttavia accolta solo dopo un anno, a seguito  dei gravi episodi accaduti e dopo che il sindaco di San Severo, Francesco Miglio, aveva intrapreso uno sciopero della fame per denunciare un'escalation di violenza senza precedenti.

È pertanto giusto raccogliere l’appello di Saviano, per non lasciare la Capitanata fuori da un circuito virtuoso di informazione pubblica. È necessario parlare del Crimine organizzato e del sistema sociale profondamente danneggiato. Soprattutto perché, dopo i fatti di domenica notte, la società locale ha reagito con una manifestazione compatta.

La criminalità organizzata ha alzato il tiro, ha dimostrato di sentirsi già da tempo a proprio agio e di non tollerare l’interferenza dello Stato.
In quest'ottica, tuttavia, il massiccio invio di forze deliberato dal Ministro Minniti, sebbene rientri perfettamente nell’ambito di provvedimenti rational choice type, non è sufficiente.
È infatti più opportuno dotare la collettività di quegli strumenti socioculturali che le permettano di contribuire a ricreare un diffuso clima di sicurezza sociale.


  1. Cornish, Derek B., Ronald V. Clarke, Rational choice theory, in Encyclopedia of Criminological Theory, 2010, SAGE Publications, Inc.
  2. Varese, F., (2010) What is Organized Crime? Introduction to (ed.),Organized Crime (series: Critical Concepts in Criminology), 4 volls. Routledge, pp. 1-35.
Photo Credit / ©Rebecca Barray / Flickr.com (cc by-nc-sa 2.0)
 

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