Crimini d'odio e razzismo multimediale: la nuova frontiera dell'islamofobia

ALESSIO BIANCO

A Chapel Hill, in North Carolina, il 10 Febbraio 2015 tre ragazzi vengono uccisi a causa della loro fede islamica. In Francia, il 29 Agosto 2016, due donne di fede musulmana sono costrette dal proprietario ad abbandonare il ristorante a causa del velo. Sempre nello stesso anno in Francia, il 23 dicembre un uomo “di aspetto musulmano” viene accoltellato in autobus. Il suo aggressore, spiegando il suo crimine da “paura del terrorismo” è stato condannato a due anni di carcere. Episodi come questi purtroppo non sono casi isolati, anzi, stanno diventando una costante a causa dell'esponenziale crescita della cosiddetta islamofobia.

Il termine islamofobia è un neologismo che indica un pregiudizio e una discriminazione verso l'Islam come religione e verso i musulmani come credenti. Questa attitudine appartenente ai paesi occidentali, dall'11 Settembre 2001, data purtroppo nota per aver rappresentato uno dei momenti più tristi della storia moderna, sembra propagarsi come un “virus” contagioso, incitando sempre più persone alla ricerca di un capro espiatorio, un altro da noi contro cui puntare il dito per superare le avversità e trovare dei responsabili per le continue tragedie che attanagliano la nostra esistenza.

L'islamofobia è una vera e propria forma di razzismo spesso alimentata anche dai media, che innestano la percezione che vi sia una massa formata da un miliardo e seicento milioni di persone che minacciano il mondo libero, l'universo valoriale dell'occidente, alimentando una logica “Noi/Loro” nella quale gli islamici vengono visti come “non uomini”, aumentando la stigmatizzazione e perseverando nell'etichettare tali persone come terroriste. Tutto ciò, oltre che erodere il senso di sicurezza personale e minare il fondamento della fiducia, sta provocando delle vere e proprie ondate di “moral panic”, nelle quali la paura e l'odio proliferano senza un'effettiva corrispondenza della “minaccia islamica”. Nelle parole di un famoso scritto del filosofo bulgaro Tzverdan Todorov, «la paura diventa sempre più un pericolo per coloro che la provano e perciò è necessario evitare che essa giochi il ruolo di un sentimento dominante. Essa è anche la principale giustificazione di comportamenti spesso disumani. La paura della morte che minaccia la nostra incolumità, o peggio, l'incolumità di persone a noi care, ci rende capaci di uccidere, mutilare, torturare. In nome della protezione delle nostre donne e dei nostri bambini, noi occidentali abbiamo massacrato un gran numero di uomini, di donne, di anziani e di bambini. Quelli che vorremmo considerare dei mostri molto spesso hanno agito perché mossi dalla paura per i loro cari e per se stessi. La “paura dei barbari” è ciò che rischia di renderci barbari» [1].

L'Islamofobia sta dunque sollecitando il nostro impulso reattivo di autoconservazione, ossia l'istinto che appartiene ad ogni individuo di difendere i propri valori fondamentali anche, o soprattutto, attraverso l'aggressività. Vi sono molti autori, come ad esempio Danilo Zolo, che hanno traslato questo discorso per fornire una lettura “alternativa” al terrorismo, lontana dalla più comune credenza occidentale, che non mira a sminuire tale fenomeno, ma a ricercare le motivazioni originali al fondamentalismo islamico. La più interessante di queste interpretazioni è quella che vede il fondamentalismo islamico non come una causa, bensì come una conseguenza dell'occupazione (fisica e ideologica) statunitense, successiva alla Guerra del Golfo. Tale occupazione minacciava di distruggere per sempre i valori fondamentali, religiosi e culturali di un dato popolo, importando i principi democratici ed economici tipici della cultura occidentale. 

Stando alle teorie riguardanti l'impulso reattivo di autoconservazione si potrebbe dunque affermare che il terrorista, talvolta, è anzitutto un terrorizzato travolto dalla paura e la paura per sé e per i propri cari è una delle maggiori cause che scatenano l'aggressività e risposte violente. Per Doudou Diène, consigliere generale delle Nazioni Unite, il termine islamofobia «si riferisce ad una ostilità infondata ed alla paura verso l'Islam, e di conseguenza la paura e l'avversione verso tutti i musulmani o la maggioranza di loro. Si riferisce ugualmente alle conseguenze pratiche di questa ostilità in termini di discriminazione, pregiudizi e trattamenti ingiusti di cui sono vittime i musulmani (sia come individui sia come comunità) e la loro esclusione dalla sfera politica e sociale di una certa importanza. Questo termine è stato creato per rispondere ad una nuova realtà: la discriminazione crescente verso i musulmani che si è sviluppata negli ultimi anni» [2]

Siamo stati tutti testimoni di qualcosa di sbagliato e non abbiamo parlato. Forse non eravamo consapevoli dei nostri pregiudizi, o forse non avevamo i mezzi per reagire in quel momento. Siamo tutti d'accordo che il fanatismo è inaccettabile, ma quando lo vediamo, restiamo in silenzio perché ci mette a disagio. Il minimo che possiamo fare è chiamare questa violenza con il suo nome: un crimine d'odio. Il minimo che possiamo fare è parlarne. 


  1. D. ZOLO, Sulla paura. Fragilità, aggressività, potere, Feltrinelli, Milano 2011, p. 80.
  2. http://www.saphirnews.com/Une-petition-contre-l-islamophobie-en-France_a2349.html (traduzione personale). 

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