La nuova legge antiterrorismo egiziana: il “processo di Kafka” incontra l'inquisizione

GIANLUCA CHIUSANO
 
qUANDO LE LEGGI VIOLANO I DIRITTI DI LIBERTà 
 

EGITTO – Continuano le azioni del governo di Al Sisi per contrastare il terrorismo. Una decisione della corte penale emessa il 12 gennaio ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di ben 1538 cittadini egiziani, accusati di sostenere il gruppo dei Fratelli Musulmani, fuori legge dal 2013.

Fra questi il Presidente Mohamed Morsi e il leader dei Fratelli Musulmani con i rispettivi figli, il finanziere Safwan Thabet; l’ex calciatore Mohamed Abu Trika, i giornalisti Mostafa Sakr e Hisham Gaafar. Senza contare le cinque persone nel frattempo decedute. Per tutti sono scattati immediatamente provvedimenti come il ritiro del passaporto, il congelamento dei beni e la perdita dei diritti politici. Le persone coinvolte non possono contestare la decisione dell’autorità. Molti di loro non sono nemmeno stati informati prima della sentenza.

Come riporta il Middle East Eye, “le conseguenze per le persone imputate di terrorismo ai sensi di questa legge sono simili a quelle dei condannati a seguito di un processo, in quanto non consente loro di dimostrare la propria innocenza attraverso la contestazione, per mezzo di un legale, delle accuse mosse nei loro confronti. Una palese violazione del diritto al giusto processo universalmente assicurato”.

Secondo Joe Storck, vice-direttore del Middle East Eye, tale legge “viola molti diritti garantiti dalla Costituzione Egiziana, nonché diverse sentenze emesse dall’omonima Corte Costituzionale e le leggi internazionali a tutela dei diritti umani”.

LA LEGGE 8/2015

Il decreto attualmente in vigore prevede che venga considerata come terroristica “qualsiasi associazione, organizzazione, gruppo, gang o cellula che cerchi attraverso qualsiasi mezzo, all’interno o all’esterno del paese, di mettere a repentaglio la vita dei cittadini, le loro libertà, i loro diritti e la loro sicurezza; di danneggiare l’ambiente, le risorse naturali e il patrimonio artistico-culturale; di distruggere mezzi di comunicazioni o di trasporto aereo, marittimo e terrestre; di impossessarsi indebitamente di denaro; di occupare edifici pubblici o privati […]”.

La disposizione riprende in parte quanto stabilito dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel 2004. Secondo la risoluzione 1566/2004, infatti, è da considerare terrorismo “qualsiasi atto commesso con l’intento di uccidere, ferire o prendere in ostaggio persone con l’intenzione di intimidire la popolazione; obbligare il governo o un’organizzazione internazionale ad adottare o ad astenersi dal prendere una decisione”.

A differenza di quanto stabilito dal Consiglio di Sicurezza, secondo l'Osservatorio dei Diritti Umani la legge egiziana attualmente in vigore contrasta i principi basilari della Dichiarazione Universale del 1948. In particolare, vengono violati gli articoli 3, 5, 6, 7, 8, 9, 10 e 11, i quali garantiscono agli imputati un regolare e giusto processo. Delle leggi penali così ambigue permettono agli uffici inquirenti di intraprendere azioni penali non più basate sui fatti, bensì in funzione di “norme personali e arbitrariamente soggettive”, impedendo inoltre ai giudici di applicare leggi “rigorose e definitive”.

Pertanto, in caso di imputazione per reati di terrorismo, gli accusati sono privati di qualsiasi tutela difensiva. Siamo di fronte a un caso in cui, per garantire la sicurezza del paese, i metodi adottati dalle autorità ignorano diritti importanti, come il pari trattamento davanti alla legge (ART. 7 Dichiarazione Universale dei Diritti Umani) e il divieto di un giudizio arbitrario (ART.9), nonché la presunzione di innocenza fino a prova contraria ( ART.11). Si tratta di diritti fondamentali che disciplinano il cosiddetto “giusto processo”, il quale dovrebbe trovare applicazione all’interno degli ordinamenti giuridici di tutti i Paesi.  Lo stesso Osservatorio dei Diritti Umani ha ammesso che la legge 8/2015 “ha eliminato ogni possibilità di poter assicurare un giusto processo nei confronti degli imputati”.

La vicenda, che sembra seguire in qualche modo il percorso di Josef K. ne “Il Processo” di F.Kafka, ha molto da insegnarci. In primis, che tra principi normativi e realtà non sempre vi è corrispondenza, soprattutto in materia di rispetto dei diritti umani. Non si tratta infatti di un episodio isolato, al contrario. Possiamo ad esempio considerare “l’affaire Guantanamo”, considerato universalmente come uno dei simboli della violazione dei diritti umani. Vi sono infatti numerose similitudini tra le condizioni a cui sono sottoposti i prigionieri del carcere di Cuba e quelle degli accusati di terrorismo in Egitto. Fra tutte, la mancata garanzia di un processo regolare. Grazie alla legge 8/2005, il governo egiziano ha infatti potuto arrestare tutti coloro che, in qualche modo, erano di ostacolo ai piani dei vertici governativi.Secondo il World Report 2017, l’inchiesta promosso dall'Osservatorio sul rispetto dei Diritti Umani in più di novanta paesi ha evidenziato l’imprigionamento di decine di migliaia di oppositori politici dal 2013 a oggi. In Egitto, novecentododici soltanto tra l’agosto 2015 e l’agosto 2016, di cinquantadue dei quali si sono perse le tracce. Uno di loro è Giulio Regeni.

Ciò avviene soprattutto nei cosiddetti “regime populistico-autoritari”, in cui al rispetto di un diritto si contrappone solitamente la violazione di molti altri. Fra i vari casi, possiamo citare quello di Rodrigo Duterte: l’attuale presidente delle Filippine, per contrastare la criminalità, ha intenzione di reintrodurre la pena di morte. Per non parlare poi delle politiche per l’immigrazione adottate da Donald Trump, il quale ha recentemente ratificato il divieto di ingresso per 90 giorni negli Stati Uniti ai cittadini provenienti da sette paesi islamici. Illegittimamente, come dichiarato dal New York Times, in quanto il provvedimento di specie contrasta una legge varata nel 1965, la quale vieta qualsiasi discriminazione etnico-religiosa nei confronti dei richiedenti l’ingresso nel paese.

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