Dante e l’immigrazione: un’eco di 700 anni

VERONICA BOTTI

All’inizio del  1300, quando Dante Alighieri scriveva la Divina Commedia, l’Europa non esisteva, come non esistevano l’Italia di oggi ed il problema dell’immigrazione. Erano ben noti tuttavia i confini, che frammentavano il territorio in un variegato alveare di regni e ducati; incombevano  i perentori  ed incontrovertibili ordini dello Stato della Chiesa, ombelico d’Occidente che pilotava le più potenti Corone del Vecchio Mondo. Esistevano anche le persecuzioni e le fughe, spontanee o meno, dalla terra d’origine. Lo sapeva bene Dante, costretto a non metter più piede nella natia Firenze dopo essere stato condannato all’esilio in quanto guelfo bianco. Cacciato a causa delle sue convinzioni politiche, fuggì dall’amata città per rifugiarsi nelle coorti di una penisola italiana che tutto era tranne che unita: non sarebbe dunque un errore dire che Dante se ne andò in terra straniera, perseguitato e coperto di accuse che sminuivano il suo essere politico, pensatore, poeta. In poche parole la sua identità. Cosa direbbe il fiorentino se per un giorno sbarcasse sull’isola di Lampedusa esattamente come giunse alle rive del fiume Acheronte, ingresso dell’Inferno? Resterebbe sgomento nel vedere anime nere e sottili in un mare di mercurio che le risucchia col suo gelido liquido amniotico, in un buio che sembra zittire le stelle. Noterebbe uno sciame di uomini, con o senza divisa, a bordo di barche e gommoni toccare corpi galleggianti e carpirli con ogni mezzo. Forte della sua esperienza all’Inferno, il Sommo Poeta non avrebbe dubbi: si tratta dell’Antinferno degli ignavi, coloro i quali in vita non si sono schierati a favore del bene né del male, ma hanno sempre abbassato la testa al passaggio del primo più forte. Ripercorrendo la catabasi fin dall’inizio, il poeta vedrebbe sulle calde coste africane un’insegna come quella da lui descritta nei primissimi versi del terzo canto, qualcosa che informi dell’imminente passaggio in un mondo diverso, marchiato a fuoco dal tormento. In seguito, alla vista di scafi brulicanti divorati dalle onde, verrebbe travolto dalla lampante realtà di una città dolente, di un eterno dolore, di perdute genti, un’evidenza che non ha bisogno di essere annunciata.

Nella Divina Commedia le anime ignave scontano la loro pena nude, rincorrendo un’iscrizione, avvinte da un’implacabile tortura. A Lampedusa però qualcosa lascerebbe perplesso Dante: chi sono gli uomini che cercano di afferrare i dannati, perché li salvano dalla pena? Non è un dettaglio da trascurare e nulla per il poeta dev’essere lasciato al caso. Indagando scoprirebbe che quelle persone non sono altro che guardie costiere, volontari, pescatori, cittadini che fanno dell’imbarcazione di casa un mezzo di soccorso. E le anime nere e sottili perché, a questo punto, meriterebbero di essere salvate? Dante, uomo di lettere, per prima cosa si atterrebbe al dovere basilare di ogni cittadino: s’informerebbe. Scoprirebbe quindi che le anime nere e sottili trasportate dai flutti sono dannate  non per ignavia, ma per un credo politico, religioso o di altra natura che li rende inadatti alla vita nella terra natia. Scoprirebbe che in questo nuovo girone infernale chi sconta una  condanna lo fa per colpe non sue; scoprirebbe che gli ignavi –quelli che non si schierano, che non prendono posizione, che sottomettono la dignità umana al sornione giudizio dei potenti – esistono, ma non diventano cibo per pesci mentre rincorrono il vessillo della libertà. Dante sa chi sono i veri ignavi, i colpevoli. Ripensa a quelle parole “fama di loro il mondo esser non lassa/misericordia e giustizia li sdegna/non ragioniam di lor ma guarda e passa” (“La Divina Commedia”, If. III 49-51) che Virgilio disse indicando coloro i quali non avevano vissuto per il troppo temere. Le sottili anime nere che di tanto in tanto affiorano dagli abissi di un mare bello e terribile vivevano, volevano vivere, senza timore. Fuggivano dalla paura e da chi li privava dell’identità, rischiando di perdere la vita nel nome della stessa. Eppure sono proprio loro, i più impavidi, ad essere sdegnati da misericordia e giustizia (dove sono oggi, in queste acque che di giorno hanno i colori del cielo e di notte quelli del piombo?). Dante guarda in alto e chiede cosa sia l’Europa, nata per unire, ma che sembra coalizzarsi solo quando si parla di finanze e vendita di veicoli teutonici. Il poeta si sente impotente davanti al cimitero blu disseminato di anime nere, sempre più gonfie, ed urla la sua afflizione insieme ai pochi superstiti, a chi li raccoglie, ai lampedusani cui il mare regala cadaveri. E dall’alto, oltre i margini dell’imbuto infernale, voci provenienti da tutto il Vecchio Mondo rispondono  “non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.

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