Famiglia nord americana 5 anni nelle mani di filo-talebani, finalmente liberata. Il marito: «Stupido rapire un pellegrino»

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MARCO FLAVIO LAPICCIRELLA

Ottobre 2012, ottobre 2017. Questi i termini che vanno a definire un dramma lungo cinque anni, la prigionia di una famiglia canadese-americana rimasta per un lustro intero nelle mani di esponenti della cosiddetta Rete Haqqani, gruppo di insurrezionalisti islamici attivi in Afghanistan e Pakistan considerato il braccio destro della più ampia e tragicamente nota compagine fondamentalista talebana.

Sventurati protagonisti Joshua Boyle, canadese di 34 anni, sua moglie Caitlan Coleman di 31, statunitense, e i loro tre figli, avuti tutti durante il sequestro, a cominciare dal primo che era già nel grembo materno al momento del rapimento.

Una storia complessa, ricca di sfaccettature, conclusasi mercoledì 11 con il recupero degli ostaggi grazie all’intervento delle forze militari pakistane, sostenute da informazioni dell’intelligence USA che, almeno così sembra al momento, avrebbero illustrato come gli ostaggi, condotti ormai oltre il confine afgano, fossero da ricercarsi nella fascia nord-occidentale del Pakistan. La cattura, subita da Boyle e Coleman cinque anni prima, aveva avuto luogo non lontano dal confine tra i due Paesi, nella provincia afgana di Wardack, zona sotto piena influenza talebana posta a 40 km circa dalla capitale Kabul.

«La stupidità e la malvagità della Rete Haqqani di rapire un pellegrino sono state eclissate dalla stupidità e dalla malvagità di autorizzare l’assassinio della mia figlia infante – ha spiegato Joshua Boyle ai microfoni dei giornalisti, leggendo con calma la sua dichiarazione – e dalla stupidità e dalla malvagità del conseguente stupro di mia moglie, non un’azione isolata, bensì perpetrata da una guardia con il sostegno del capitano della guardia stessa e la supervisione del comandante».

Un racconto agghiacciante, cui non è stata data occasione di ampliamento attraverso le domande dei cronisti, non concesse dall’interessato, autore di un resoconto a una voce che, d’altra parte, non ha fornito delucidazioni maggiori né sulle ragioni della violenza alla moglie, né su quelle che hanno portato alla morte della quarta figlia, né sulle particolari connotazioni del termine “pellegrino”.  

Riferendosi al movimento fondamentalista islamico di matrice Sunnita “Taliban” con il nome formale di Emirato Islamico di Afghanistan, l’uomo ha parlato di un’inchiesta effettuata l’anno scorso proprio dalla macro-organizzazione sul caso della sua famiglia, e di una seguente concessione all’attuazione di crimini a danno dei componenti di questa da parte dei rapitori. «A Dio piacendo, questa litania di stupidità sarà l’epitaffio della Rete Haqqani», ha proseguito Boyle di fronte alla stampa.

Padre, madre e tre bambini, soccorsi e curati per qualche giorno prima del rientro, non sono stati imbarcati in un aereo statunitense per effettuare il viaggio di ritorno – pare su diniego dello stesso Boyle, anche se questa circostanza è stata smentita dallo stesso – ma hanno optato per un volo commerciale diretto in Canada, pur con la scorta di militari americani, volo che li ha condotti a destinazione nella notte di venerdì 13 ottobre.

Esternazioni di profonda gratitudine sono arrivate quindi anche da parte del presidente americano Donald Trump, ad elogio dei meriti delle autorità pakistane, arrivando ad augurarsi l’instaurazione di un “rapporto di gran lunga migliore”, ultimamente piuttosto raffreddato dalle dichiarazioni della Casa Bianca sul non pieno impegno del governo pakistano nella lotta al terrorismo afgano.

Immenso sollievo e gioia anche dai genitori dei due sposi, anche se non sono mancati commenti amareggiati da parte del padre della Coleman. «Portare tua moglie incinta in un luogo tanto pericoloso è per me, e per il tipo di persona che sono, indifendibile», ha affermato Jim Coleman alla ABC News.    

Rivolgendosi nella giornata di giovedì ad un reporter del Toronto Star, Boyle ha offerto la sua riflessione sul periodo trascorso in stato di prigionia. «La mia famiglia logicamente è distrutta sia sul piano psicologico che fisico, a causa degli atti infidi e criminali avvenuti nel corso degli ultimi cinque anni». Ha poi proseguito «Ciononostante stiamo guardando avanti, verso un nuovo corso della vita, per ricominciare ed essere in grado di costruire un santuario per I nostril figli e la nostra figli in Nord America». E ancora, concedendosi una battuta: «Ho scoperto che c’è ben poco che non si riesca a superare con la giusta dose di pazienza Sufi, irriverenza irlandese e bigotteria canadese».

L’uomo, 34 anni compiuti, ha coltivato per moltissimi anni la passione per le dinamiche relative a terrorismo e sicurezza nazionale, tanto da aver scherzato con un giornalista nel 2009 sostenendo: «Qualunque cosa riportata in Wikipedia inerente al terrorismo l’ho scritta io, più o meno». In un periodo ancora antecedente Boyle era stato il portavoce del canadese Omar Khadr, imprigionato a Guantanamo per 10 anni dopo esser stato catturato da adolescente a seguito di uno scontro a fuoco in un centro di al-Qaida in Afghanistan, e, per un breve lasso di tempo, era stato sposato in prime nozze con Zaynab Khadr, sorella di Omar. Questi elementi, unitamente al fatto che la coppia abbia potuto accrescere il proprio nucleo familiare durante i cinque anni di sequestro e all’ambiguità dell’epiteto “pellegrino” nella conferenza stampa, hanno in molti destato il sospetto che il canadese nutrisse delle simpatie verso gli ambienti dell’Islam fondamentalista, nonostante le ragioni del viaggio in Afghanstan del 2012 fossero state indicate nella direzione di un aiuto umanitario all’interno di una regione in cui anche le organizzazioni ufficiali hanno difficoltà a muoversi.

Fonti:  AnsaWikipediaGuardianBBCDAWN

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