Las Vegas: l’attentatore solitario Stephen Paddock spara sulla folla e uccide 59 persone. Indagini, arsenale e ritratto dell’omicida suicida

MARCO FLAVIO LAPICCIRELLA

59 morti e 527 feriti: the worst mass shooting in U.S. modern history, “la peggiore sparatoria sulla folla nella storia moderna degli Stati Uniti”, viene definita da molte testate americane. Una tragedia che ha lasciato sgomenta l’intera città di Las Vegas quella verificatasi la sera di domenica, e che poi ha esteso il proprio manto di incredula angoscia ben oltre i confini del Nevada, correndo oltre distese di terra e d’acqua.

«Il principale aggressore è morto. La scena è statica» ha affermato lo sceriffo del dipartimento di polizia metropolitano Joseph Lombardo, in una conferenza stampa lunedì mattina. «A questo punto non consideriamo la sparatoria un atto di terrorismo. Si è trattato di un lupo solitario», hanno commentato altri agenti ai microfoni degli inviati, accorsi in tutta fretta sul luogo del massacro.

Quel che si sa è che un uomo, identificato per Stephen Paddock, 64enne, bianco, pensionato, si è appostato al 32esimo piano dell’Hotel Mandalay Bay, con un vero e proprio arsenale e un enorme carico di munizioni. Una posizione altamente funzionale per un proposito nefasto: sparare sulla folla raccoltasi in occasione di un festival di musica country, il “Route 91 Harvest”, e colpire il maggior numero di persone possibile prima di darsi la morte.

«Pareva il rumore di fuochi d’artificio» hanno riferito alcuni testimoni riguardo i primi momenti dell’azione omicida, avviata durante l’esibizione del cantante Jason Aldean che continuerà a intonare il brano per altri 45 secondi prima di mettersi al riparo insieme al pubblico ormai attanagliato dal panico.

“Questa notte è stata oltre l’orrore. Non so ancora cosa dire, ma volevo che tutti sapessero che io e la mia band siamo illesi. I miei pensieri e le mie preghiere vanno a chiunque sia stato coinvolto stanotte. Ferisce il mio cuore che questo sarebbe potuto accadere a una persona qualunque di quelle che semplicemente avevano voglia di uscire per godersi quella che avrebbe dovuto essere una notte felice”, ha scritto l’autore country affidando le proprie parole al social Instagram.

Adrian Arambulo, di NBCNews, riporta sul proprio account ufficiale Twitter “Il cecchino di Las Vegas è Stephen Paddock, di Mesquite, Nevada. Precedenti criminali. Motivo sconosciuto”. Al momento, però, le operazioni di investigazione non possono ancora dirsi concluse. Stando infatti ai post sullo stesso social del dipartimento di polizia metropolitano di Las Vegas si legge prima “Marilou Danley è ricercata per accertamenti relativi alle indagini sull’incidente del cecchino di Las Vegas. Se avvistata, chiamate per favore il 911”, messaggio affiancato ad un’immagine della donna e a una Hyundai Tuscon del 2017, e poi “Abbiamo localizzato il veicolo in questione e siamo fiduciosi di aver localizzato la donna oggetto di interesse”.

La Danley, di origine asiatica, 62 anni, secondo l’Australian compagna di Paddock, è stata poi, nel pomeriggio di lunedì, scagionata da ogni ipotesi di accusa, come riportano comunicati dello stesso dipartimento di polizia metropolitano di LV rilanciati da Express e Indipendent. “Non è più ricercata come persona di interesse” e ancora “I detective della LVMPD hanno preso contatto con lei e non ritengono sia coinvolta con la sparatoria in strada”. Stando poi alle parole dello stesso Joseph Lombardo la donna si sarebbe trovata fuori dagli Stati Uniti al momento del folle attentato.

Le indagini, sempre nel pomeriggio di lunedì, si sono dunque incentrate sulla casa di Paddock, nella città di Mesquito, a un centinaio di miglia da Las Vegas. Gli inquirenti hanno dovuto prendere in considerazione anche quello che, a molti, pare di primo acchito un depistaggio a sfondo ideologico e a scopo destabilizzante: attraverso l’agenzia di stampa Amaq lo Stato Islamico ha infatti rivendicato la matrice dell’attentato, sostenendo, senza fornire informazioni probanti, che Stephen Paddock sarebbe stato un soldato convertitosi alla fede musulmana e deciso a punier l’Occidente. «Bisogna usare cautela e non saltare a conclusioni affrettate prima che i fatti siano stati accertati», così il portavoce Jonathan Liu.

Dai rilevamenti operati dagli investigatori nella camera d’albergo e nell’abitazione di Paddock emerge un arsenale di portata inquietante: nella stanza dell’hotel sono state rinvenute 23 armi da fuoco, tra cui fucili calibro 223 e 308 probabilmente manomessi così da risultare automatici, e nell’appartamento altri 19 “pezzi” tra pistole e fucili di vario genere. Naturale domandarsi come l’uomo, nei giorni intercorsi tra giovedì 28 settembre in cui era entrato al Mandalay fino a domenica 1 ottobre giorno della strage, sia riuscito a introdurre un tale numero di armi e munizioni senza aver destato un minimo allarme in impiegati, responsabili della sicurezza e altri clienti.

Fonti: TimeAnsaExpressIndipendentRepubblica

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