Ragazza saudita scappa da matrimonio combinato. Rapita e riportata a casa dai propri parenti. Ecco la storia di #SaveDina

Beatrice Guzzardi | 28 aprile

Il suo nome è Dina Ali Lasloom, 24 anni. Proveniente dal Kuwait, è stata bloccata dalle autorità aeroportuali di Manila prima di prendere il volo per Sydney, dove aveva intenzione di chiedere asilo. Giunti sul posto, i suoi zii l’hanno portata via contro la sua volontà. Secondo Human Rights Watch adesso rischia gravi conseguenze.

Il 10 aprile, alcuni attivisti arabo-sauditi hanno postato un video in cui Dina afferma di essere stata fermata all’aeroporto filippino e di non voler tornare a casa, perché altrimenti la sua famiglia la ucciderebbe. L’ambasciata dell'Arabia Saudita a Manila ha chiesto alle autorità locali di procedere con l’immediato rimpatrio della ragazza per “motivi familiari”. A riportarlo, Human Rights Watch, invitando il governo saudita ad assicurarsi che la ragazza non subisca violenze.

Sarah Lee Whiston, direttore della sede mediorientale dell’organizzazione, ha spiegato che le ragazze che fuggono dalla propria famiglia possono incorrere nelle cosiddette “violenze d’onore” se non tornano spontaneamente.

Le leggi saudite non consentono infatti alle donne di svolgere autonomamente nessuna attività (nemmeno viaggiare, ndr), poiché è necessario il permesso di un familiare o del marito.

Meagan Khan, una donna canadese che il 10 aprile si trovava all’aeroporto di Manila, ha sostenuto che Dina le aveva chiesto in prestito il telefono per postare video e foto su Internet, dicendo che le avevano confiscato carta d’imbarco e passaporto mentre tentava di fuggire da un matrimonio combinato. In uno dei suoi tanti video, la ragazza afferma infatti: “sono tredici ore che mi tengono sotto controllo, hanno preso i miei documenti e se la mia famiglia mi trova mi ucciderà. Vi prego aiutatemi”.

Secondo HRW, un funzionario della sicurezza aeroportuale di Manila ha confermato la versione di Dina, la quale gli aveva mostrato alcuni lividi che i suoi zii le avrebbero procurato picchiandola.

L’uomo, il quale ha preferito mantenere l’anonimato, ha sostenuto inoltre di aver visto entrare due operatori dello scalo filippino e tre individui dai lineamenti marcatamente arabi nella stanza d’albergo in cui era stata accompagnata la ragazza. Il testimone ha aggiunto di averla vista uscire legata e imbavagliata su una sedia a rotelle, dopo aver udito grida e disperate richieste d’aiuto. Erano le 17.35 dell’11 aprile.

Il portavoce del governo filippino, tuttavia, ha ribadito che la ragazza non è mai stata fermata dalle autorità aeroportuali di Manila.

Ma non è tutto. Quella stessa sera, una donna aveva visto i due arabi imbarcarsi insieme alla ragazza su un volo per Riyadh. Tale testimonianza è stata avallata da quella dei passeggeri dell’aereo i quali, rintracciati dall’agenzia Reuters, hanno dichiarato che la giovane avrebbe tentato di liberarsi dei due individui anche durante le fasi di decollo per arrendersi, tuttavia, poco dopo.

Alcuni attivisti hanno tentato di andarla a prendere al suo arrivo a Riyadh, ma sono stati arrestati dagli agenti di sicurezza dello scalo arabo.

Le Filippine, in quanto firmatarie del Refugee Convention e della Convention against Torture del 1951, non possono rimandare nel paese d’origine coloro il cui pericolo di subire violenze sia legalmente accertato. Human Rights Watch ha inoltre dichiarato che la posizione del paese nella faccenda rimane ambigua, sostenendo che secondo le leggi internazionali le autorità filippine dovrebbero aprire un fascicolo ad hoc.

Di Dina non si hanno più notizie. Lo Human Rights Watch ha invitato il governo saudita a rendere noto se la ragazza sia o meno con la sua famiglia.

Paradossalmente, questa settimana le Nazioni Unite hanno nominato l’Arabia Saudita membro della Commissione sullo Status delle Donne fino al 2022, suscitando il disappunto dell’Unione Europea.

Fonte: Human Rights Watch

Photo Credit / ©Steve Snodgrass / Flickr.com (CC BY 2.0)

 

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