Catalogna, 17 novembre udienza belga a Puidgemont. Il punto su leader “pronto anche al carcere” ed ex ministri, espatriati e non

MARCO FLAVIO LAPICCIRELLA

Atmosfera che non accenna a stemperarsi quella che avvolge Catalogna, governo spagnolo, procura spagnola, procura belga, Unione europea e tutti gli ex ministri della Generalitat. Mentre scadrà alla mezzanotte di martedì 7 novembre il termine per le candidature alle elezioni catalane del 21 dicembre indette da Madrid, la data della prima udienza di fronte alla Camera di consiglio del tribunale di primo grado belga, chiamato ad esprimersi sul mandato d’arresto europeo a carico del deposto presidente catalano Carles Puigdemont e degli altri 4 ex ministri riparati a Bruxelles, è stata fissata per il 17 novembre, alle ore 14.

L’ex squadra di governo della Generalitat sta scontando in modi differenti la responsabilità della dichiarazione di indipendenza del 27 ottobre. Per otto componenti, Oriol Junqueras (ex vice-presidente), Jordi Turull (Presidenza), Carles Mundò (Giustizia), Josep Rull (Territorio), Joaquim Forn (Interno), Raul Romeva (Esteri), Meritxell Borras (Governo) e Dolors Bassa (Lavoro), la decisione del giudice dell’Alta Corte Carmen Lamela è ricaduta sulla detenzione senza possibilità di condizionale, in base alle accuse di ribellione, sedizione e malversazione di fondi pubblici.

Un nono membro di spicco, Santiago Vila (consigliere dipartimento Impresa), che si era dimesso il giorno prima della fatidica votazione indipendentista, è invece stato rilasciato dietro una cauzione di 50.000 Euro dopo una notte trascorsa in carcere per solidarietà con i colleghi. Diversi osservatori fuori e dentro la realtà catalana, tra i quali ad esempio Pablo Pombo sul sito El Confidencial, ritengono Vila un attore finora secondario che, grazie alle sue posizioni più tenui, potrebbe passare a vero e proprio protagonista dei prossimi atti della saga politica iberica.

Maggior risonanza internazionale, ad ogni modo, è quella ottenuta dai cinque ex della Generalitat espatriati in Belgio lo scorso 30 ottobre. Sul capo dell’ex presidente Carles Puigdemont e dei quattro ex ministri regionali, Antoni Comín (Salute), Clara Ponsati (Istruzione), Lluis Puíg (Cultura) e Meritxell Serret (Agricoltura), oltre ai tre capi d’accusa precedentemente citati, pendono anche quelli di disobbedienza ed evasività.

Lasciati in libertà vigilata per decisione del giudice istruttore belga, i cinque politici non potranno lasciare il Paese, non avranno a disposizione il proprio passaporto e dovranno tenere aggiornate le autorità riguardo al proprio domicilio, ma avranno comunque facoltà di avere contatti con la stampa e svolgere attività politica. Opzione puntualmente abbracciata da Puidgemont che già alla riunione del Partito Democratico Europeo Catalano del 5 novembre aveva trovato pieno appoggio in vista dell’appuntamento del 21 dicembre. Così si era espressa la portavoce del partito Marta Pascal «La nostra è una scommessa per coloro che sono stati privati della libertà, per cui i ministri che sono stati estromessi dall’articolo 155 faranno parte della nostra lista. Vogliamo che il presidente Puigdemont sia la persona alla guida di quell’inondazione che faremo il 21 dicembre alle urne. Che sia lui».

Dal canto suo il leader indipendentista, dopo aver invitato nei giorni scorsi tutte le forze catalane non unioniste a formare una lista unica, “una grande lista per la Libertà”, si è espresso con vigore attraverso l’emittente Catalunya Radio, alla quale ha dichiarato in un’intervista di voler portare la Spagna di fronte alle corti internazionali. «Una causa di diritti umani», così è stata definita la questione dal leader indipendentista, innanzi alla quale l’Unione europea non può rimanere in silenzio. «Un golpe illegale dello stato spagnolo» a danno del suo Govern, perpetrato per «l’odio e il desiderio di vendetta «di fronte ad «una sconfitta umiliante». Puidgemont, durante la trasmissione, ha anche esplicitamente affermato di essere preparato, nella peggiore delle ipotesi, ad affrontare le carceri spagnole, nel caso Bruxelles optasse per concedere l’estradizione.

Parole forti espresse con piglio deciso, dunque, in concomitanza alle quali il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker ha ribadito la propria solidarietà a Madrid, dichiarando, in relazione all’opera del governo spagnolo: «Non credo violi lo stato di diritto: è chi non rispetta la costituzione che infrange la legge».

Fonti:  AnsaEuro PressIl Sole 24 OreRepubblica, El Confidencial

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