Strasburgo condanna l’Italia per i soprusi della caserma di Bolzaneto. Ma com’è il reato di tortura nel nostro codice?

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MARCO FLAVIO LAPICCIRELLA

Atti di tortura compiuti dalle forze dell’ordine, e mancanza di un’indagine efficiente da parte dello Stato. Queste le colpe riconosciute all’Italia dalla Corte europea dei diritti umani riguardo agli episodi di violenza verificatesi all’interno della caserma genovese di Bolzaneto nel 2001, durante il summit del G8, e riguardo ai maltrattamenti inflitti nel 2004 da alcune guardie carcerarie a due detenuti, Andrea Cirino e Claudio Renne, in un istituto di reclusione di Asti.

Una sentenza, quella depositata giovedì 26 ottobre dai giudici di Strasburgo, che ha dato soddisfazione alle ragioni dei 59 ricorrenti, trattenuti nella caserma nel periodo tra il 20 e il 22 luglio e sottoposti a insulti, minacce, percosse e umiliazioni fisiche e psicologiche, condannando lo Stato italiano ad un risarcimento a ciascuna vittima compreso tra 10.000 € e 85.000 €. In relazione al caso di Cirino e Renne, invece, la condotta dei secondini, responsabili di aver picchiato, ingiuriato, affamato e posto i due individui in celle di isolamento non riscaldate senza letti, coperte o lenzuola, è valsa allo Stato un indennizzo di 80.000 € ciascuno, somma che nel caso di Renne, deceduto per malattia lo scorso gennaio, verrà consegnata alla figlia. 

“I ricorrenti, trattati come oggetti per mano del potere pubblico, hanno vissuto durante tutta la durata della loro detenzione in un luogo 'di non diritto' dove le garanzie più elementari erano state sospese" – hanno valutato i togati nella sentenza, sottolineando che - "l'insieme dei fatti emersi dimostra che i membri della polizia presenti, gli agenti semplici, e per estensione, la catena di comando, hanno gravemente contravvenuto al loro dovere deontologico primario di proteggere le persone poste sotto la loro sorveglianza".

Di fronte al giudizio della Corte europea dei diritti umani in Italia la compagine politica si è, com’era prevedibile, assai divisa, non tanto sul merito di una sentenza più che condivisibile, quanto più sul testo dell’articolo 613 bis del Codice penale riguardante appunto il reato di tortura, introdotto dal parlamento con non poche polemiche a luglio di quest’anno. "Oggi contro fatti così gravi abbiamo la legge che punisce il reato di tortura", ha scritto su Twitter la ministra dei Rapporti con il Parlamento, Anna Finocchiaro.

Se già a luglio, al momento dell’approvazione del ddl in questione, pubblici ministeri e magistrati giudicanti sui casi di Scuola Diaz e caserma di Bolzaneto avevano definito il provvedimento concretamente inapplicabile, il deputato M5S Vittorio Ferraresi ha ribattuto a caldo al gaudio della Finocchiaro: «Parla a vanvera, avendo il partito affossato una vera legge sulla tortura, perché deve barcamenarsi in una maggioranza condivisa con Fi e Lega».

Ecco dunque il testo in questione, il cui seme, il ddl a prima firma del sociologo e senatore Pd Luigi Manconi avanzato nel 2013, si è nel corso dei 4 anni sviluppato in un frutto non del tutto riconoscibile nemmeno al suo stesso primo proponente:

“Chiunque con violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza, ovvero che si trovi in condizioni di minorata difesa, è punito con la pena della reclusione da quattro a dieci anni se il fatto è commesso mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona”.

Una lettera disconosciuta dallo stesso Manconi, e criticata anche da associazioni a tutela dei diritti umani quali Amnesty International e Antigone, soprattutto a causa della richiesta di ripetitività dell’atto violento ad escludere la connotazione di tortura per l’azione singola, e per la specificazione della condizione di verificabilità del trauma psicologico, quando spesso i procedimenti incentrati su questi capi di imputazione prendono avvio 5, 7 o 10 anni dopo gli eventi.   

Nella sentenza di Strasburgo si fa riferimento al fatto che “nessuno ha passato un solo giorno in carcere per quanto inflitto ai ricorrenti. Un’amara considerazione che la Corte ha fatto risalire sostanzialmente a due ragioni. La prima, l'impossibilità di identificare con certezza gli agenti coinvolti, per mancanza di segni distintivi sulle uniformi nella caserma di Bolzaneto e per la scarsa cooperazione. La seconda, ascrivibile alle  “lacune strutturali dell'ordine giuridico italiano” al tempo dei fatti. Nella sentenza, infatti, i togati affermano di “aver preso nota della nuova legge sulla tortura entrata in vigore il 18 luglio di questo anno, ma che le nuove disposizioni non possono essere applicate a questo caso”.

Fonti:  Ansa, Repubblica, Il Post, La StampaIl Sole 24 Ore

Photo Credit / ©DJeanne Menjoulet /  

 
 

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