Italia allontana ambasciatore della Nord Corea: pugno di ferro (più o meno accentuato) dopo gli esperimenti nucleari

MARCO FLAVIO LAPICCIRELLA 

Linea dura dell’Italia nei confronti della Corea del Nord. L’ha illustrato il ministro degli Esteri Angelino Alfano in un’intervista a Repubblica pubblicata domenica, all’interno della quale sono state descritte e motivate le misure assai severe adottate dal nostro governo nei riguardi dei rappresentanti del regime di Kim Jong-un.

«Noi abbiamo preso una decisione forte e cioè di interrompere la procedura di accreditamento dell’ambasciatore della Repubblica Popolare Democratica di Corea – ha dichiarato Alfano al quotidiano di Via Cristoforo Colombo – l’ambasciatore dovrà lasciare l’Italia».

Un pugno di ferro che, sostiene Thomas Mackinson sul Fatto Quotidiano, dovrebbe essere osservato e valutato con una prospettiva ridimensionata. Primo, perché già altre Nazioni hanno adottato questo provvedimento prima dell’Italia, ovvero Perù, Kuwait, Malesia, Messico e, in Europa, Portogallo e Spagna. Secondo, perché, effettivamente, non c’è al momento nessun ambasciatore da cacciare dal Bel Paese: l’ultimo ambasciatore accredito, Kim Chun-guk, è infatti morto a Roma nel 2016, e le credenziali del successore designato dallo Stato nord-coreano, Mung Jong-nam, non hanno mai passato il vaglio del Quirinale.  

Più rilevante o meno la si voglia intendere, la strategia illustrata dal ministro Alfano poggia la proprio ragion d’essere su alcune considerazioni nette. «Vogliamo far capire a Pyongyang che l’isolamento è inevitabile se non cambia strada - prosegue il titolare della Farnesina a Repubblica – La Corea del Nord ha effettuato nelle scorse settimane un ulteriore test nucleare, di potenza superiore a tutti quelli precedenti, e ha continuato con lanci di missili balistici. L'Italia, che presiede il Comitato Sanzioni del Consiglio di Sicurezza, chiede alla comunità internazionale di mantenere alta la pressione sul regime». 

Dichiarazioni che si riferiscono espressamente alla detonazione dell’ordigno atomico avvenuta domenica 3 settembre all’interno del monte Punggye-ri, la sesta ordinata da Kim Jong-un dalle elezioni che hanno portato Donald Trump alla Casa Bianca. L’esplosione della bomba all’idrogeno, avvenuta a 10 km di profondità, aveva fatto registrare una potenza pari a circa 5 volte quella dell’esperimento nucleare precedente, e pari circa ad altrettante volte quella drammaticamente celebre di Nagasaki. Non solo, a seguito della detonazione si era manifestato un episodio tellurico di 6.3 gradi della Scala Richter, con successiva coda sismica costituita da un secondo terremoto calcolato in 4,6 gradi. 

Nonostante il provvedimento d’allontanamento del diplomatico nord-coreano divulgato dal ministro Alfano, o meglio, parallelamente ad esso, è lo stesso titolare della Farnesina a sottolineare che il dialogo con il Paese dell’estremo oriente non verrà del tutto a mancare: «Tuttavia, non tronchiamo le relazioni perché può essere sempre utile mantenere un canale di comunicazione». Un contatto con Pyongyang che viene curato anche dagli Stati Uniti, come riportato dal segretario di Stato Rex Tillerson, e che Alfano, rapportandosi proprio alla scelta americana, definisce a beneficio dell’inviato di Repubblica come “un elemento di conforto” e “più di una clausola di stile”.  

Fonti:  RepubblicaAnsa, Il Fatto QuotidianoRepubblica

Photo Credit / ©Photo: EPA/RODONG SINMUN /  

 
 

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