Vietato indossare il velo sul luogo di lavoro. La Corte di Giustizia Europea approva.

Beatrice Guzzardi | 14 marzo

Non è una discriminazione vietare ai propri dipendenti di indossare simboli religiosi e/o politici sul posto di lavoro. A dichiararlo è la Corte di Giustizia Europea.

A contribuire alla storica decisione, il caso che ha visto come protagonista una lavoratrice belga di fede musulmana a cui era stato imposto di non indossare il velo.

Secondo la Corte, il divieto deve essere riportato all’interno del regolamento dell'azienda. In questo caso veniva chiesto a tutti i dipendenti di esibire un abbigliamento "neutro”.

Nella fattispecie, la donna era stata assunta come impiegata alla reception della compagnia di sicurezza G4S ed era stata esortata più volte a non indossare il velo. Al suo rifiuto, era stata licenziata. Per questo, dietro consiglio del proprio legale, aveva presentato ricorso alla Corte di Giustizia Europea.

Dopo un'attenta valutazione, la Corte si è espressa specificando che chiedere di optare per un abbigliamento "simbolicamente neutro" non comporta  alcuna discriminazione religiosa.

La donna sostiene che il regolamento dell’azienda per cui lavorava sia stato introdotto dopo la sua assunzione. Nel comunicato la Corte ha pertanto ribadito che verranno effettuati ulteriori accertamenti, in particolare su quest'ultimo aspetto.

La G4S sostiene tuttavia che il proprio regolamento riguarda “tutti i simboli religiosi e politici”. Pertanto, non è finalizzato a vietare specificamente l'uso del velo.

Con la dichiarazione di specie, la Corte di Giustizia Europea ha espresso per la prima volta un giudizio concreto sul dibattito relativo al velo islamico, il quale continua tuttavia a dividere l’opinione pubblica.

La sentenza della Corte specifica che si tratta di una “discriminazione indiretta”, ma tuttavia giustificabile dalla volontà dell’azienda di far valere precise disposizioni in materia di abbigliamento.

Pertanto, alla luce della complessità della vicenda, i giudici di Strasburgo hanno deciso di lasciare l’ultima parola alla Corte di Cassazione del Belgio, la quale dovrà analizzare ulteriormente il caso.

Fonte: BBC

 Photo Credit / ©Hernán Piñera / Flickr.com / (CC BY-SA 2.0)


Licenza Creative Commons