Incontro Trump Duterte: tra accordi, battute e canzoni non c’è spazio per i diritti umani

da Marco Flavio Lapiccirella

MARCO FLAVIO LAPICCIRELLA

Doppio incontro filippino tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il padrone di casa, il presidente Rodrigo Duterte. La sera di domenica 12 novembre si è tenuta infatti, nella capitale Manila, la cena celebrativa del cinquantesimo anniversario dell’ASEAN, l’Association of South-East Asian Nations, e il giorno seguente il summit bilaterale Stati Uniti-Filippine in onore del quarantesimo anniversario delle relazioni tra America e la stessa Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico.

Una realtà importante quest’ultima che, annoverando i Paesi di Filippine, Indonesia, Malesia, Singapore, Thailandia, Brunei, Vietnam, Birmania, Laos, Cambogia e Timor Est, raccoglie oltre 600 milioni di persone e sempre maggiore interesse suscita nei partner occidentali.

“Gli Stati Uniti e le Filippine elogiano la ASEAN per la sua importante funzione nel promuovere la pace locale, la stabilità e lo sviluppo socio-economico. Si impegnano a continuare a collaborare con il contesto ASEAN per conseguire quegli obiettivi lungo tutta l’area dell’Asia Pacifica. Il presidente Trump ha applaudito le Filippine per la loro conduzione della presidenza ASEAN durante l’anno passato. Le due parti sottolineano che i diritti umani e la dignità della vita umana sono essenziali, e concordano nel continuare a declinare l’agenda dei diritti umani nei rispettivi programmi nazionali, così da valorizzare il welfare di tutti i settori, compresi i raggruppamenti più vulnerabili”.

Questo si legge nel comunicato ufficiale rilasciato dall’Ufficio stampa della Casa Bianca nel sito del governo USA, passaggio che effettivamente non può che suonare cautamente rincuorante nella coscienza dei lettori più bendisposti e moderatamente grottesco in quella dei più maliziosi.

Già, perché parlare di valorizzazione dei diritti umani in relazione al presidente della Repubblica delle Filippine Rodrigo Duterte difficilmente può scongiurare l’emergere di un sorriso di amaro cinismo, dato un conteggio di esecuzioni extragiudiziali nella sua guerra alla droga stimabile intorno alle 4mila unità in un anno e mezzo di mandato, una scure di giustizia sommaria che, stando a molte ricostruzioni, si sarebbe abbattuta su esponenti di cartelli, semplici tossicodipendenti, giornalisti curiosi e oppositori.

Ad ogni modo i temi toccati nei colloqui “cordiali e amichevoli” tra i due presidenti pare abbiano ruotato per lo più intorno a lotta alla guerriglia islamica, argine ai narcotraffici e questioni commerciali e che, stando alla portavoce di Trump, la pagina dei diritti umani sia stata solo “brevemente” scorsa nell’ambito della battaglia alle droghe condotta dalle Filippine. Resoconto parzialmente smentito dall’ufficio di Duterte che riferisce che il presidente Trump ha semplicemente ascoltato e annuito di fronte alla disamina sulla guerra ai traffici illeciti nell’arcipelago, e che nessun riferimento alle presunte violazioni è stato intavolato.

Alla domanda diretta dei giornalisti, gridata a gran voce al presidente americano mentre  questi passava loro accanto nella sala riunioni, sull’essersi confrontato o meno con l’omologo asiatico riguardo alla questione dei diritti umani Trump non ha voluto rispondere. Nota di colore, se così si può chiamare, quella che ha coinvolto proprio i due presidenti e gli esponenti della stampa. Mentre i due stavano percorrendo gli spazi del salone Duterte si è infatti fermato e ha esclamato, rivolgendosi ai cronisti: «Ci apprestiamo a discutere materie di interesse per entrambi I Paesi, Filippine e… Con voi qua attorno, ragazzi, voi siete delle spie». E a quel punto, accavallandosi alle risate del leader americano, ha tenuto a ribadire: «Lo siete davvero». Una battuta e nulla più nel particolare frangente, senza dubbio, ma che risuona cupa come campana a morto se si pensa che nelle Filippine dal 1992 sono stati assassinate 78 giornalisti, la terza peggiore stima al mondo, dietro soltanto a Iraq (186) e Siria (114), stando al Committee to Protect Journalists.

Al di là di queste parentesi di dubbio umorismo entrambi i momenti di incontro tra i due si sono svolti in atmosfere distese e gioviali, con un Trump che per cena si mette comodo entro le ampie pieghe del ‘barong Tabalong’, elegante abito tradizionale filippino, e un Duterte che, in duetto con la cantante pop Pilita Corrales, canta «per ordine del comandante in capo degli Stati Uniti” il brano romantico “Ikaw”, ovvero “tu”, nel testo del quale si legge anche "tu sei la luce del mio mondo e metà di questo mio cuore".

Un atteggiamento reciprocamente cordiale, dunque, in un momento particolare per le Filippine e di conseguenza per i rapporti tra il Paese orientale e gli USA, un’alleanza storica che necessitava di qualche opera di restauro e sostegno data la politica estera piuttosto aperta del presidente Duterte, non schivo nell’intavolare dialoghi anche con Russia e Cina. E se nel gioco dei rapporti diplomatici è comunque comprensibile che in determinate circostanze prevalga la cura degli interessi commerciali a dispetto delle questioni morali, è quantomeno auspicabile per i summit bilaterali futuri che il presidente Trump richieda qualche chiarimento a Duterte nel merito dei soprusi diffusi tra i civili con il pretesto della “guerra alla droga”. Tra una battuta di spirito e una canzone, s’intende.

Fonti:  AnsaCorriere della SeraWhite House, CNN,  White House

Photo Credit / ©Karl Norman Alonzo and Robinson Niñal Jr. /  

 
 

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