U2 su Aung San Suu Kyi e soprusi a musulmani Rohingya: “Il suo silenzio somiglia ad assenza”

MARCO FLAVIO LAPICCIRELLA 

Una nota di desolante proccupazione quella pubblicata l’11 novembre sul sito ufficiale della band irlandese, a firma dei quattro componenti Adam, Bono, Edge, Larry. I quattro membri degli U2, all’anagrafe rispettivamente Adam Clayton, Paul David Hewson, David Howell Evans e Larry Mullen jr., hanno formalmente fatto appello alla leader birmana Aung San Suu Kyi affinché prenda una posizione di netta condanna sui soprusi di cui è vittima la minoranza musulmana Rohingya per mano delle forze armate della Repubblica dell’Unione del Myanmar.

“Abbiamo iniziato la campagna per il rilascio di Aung San Suu Kyi quasi due decenni fa”, esordisce la nota, rifacendosi alla drammatica vicenda dell’odierna Consigliere di Stato, carica assimilabile a quella di Primo Ministro, per svariati anni sottoposta a estromissione dalla vita pubblica del Paese, retto da una dittatura militare, e agli arresti domiciliari in qualità di oppositrice politica. 

Recatasi nella natale Birmania nel 1988 per accudire la madre malata, in quel momento governata dal pugno di ferro del generale Saw Maung, Auung San Suu Kyi fondò il partito Lega Nazionale per la Democrazia, e neanche un anno più tardi fu posta in regime di arresto domiciliare con la possibilità di liberazione se avesse lasciato il Paese, possibilità che ella decise di non cogliere.

Nel 1990 furono indette le elezioni politiche, e dalle urne emerse un favore schicciante proprio verso la Lega Nazionale per la Democrazia, fatto che avrebbe portato la fondatrice e leader alla carica di Primo Ministro. I militari però decisero di annullare il voto e mantennero il potere con la forza. Aung San Suu Kyi ottenne l’anno successivo il Premio Nobel per la Pace, investì la somma in denaro nella costituzione di un sistema educativo e sanitario per il popolo birmano ma dovette aspettare il 2010, nonostante la mobilitazione di istituzioni laiche e religiose, politici, attivisti e intellettuali internazionali, per essere finalmente liberata. Nel 2015 partecipò alle elezioni e vinse, conquistando 291 seggi.

Dopo due anni, nel settembre 2017 una critica potente da parte del Premio Nobel per la Pace Malala Yusafzai pose l’accento sulle violenze dell’esercito di Myanmar a danno della minoranza musulmana dei Rohingya, chiedendo alla leader birmana di condannarle ed evitare di sporcare l’immagine del Paese finalmente tornato alla democrazia, ma le autorità militari continuarono ad accusare i Rohingya di ribellione e di incendio e massacro all’interno del territorio della loro stessa gente nello stato di Rakhine. 

L’11 novembre di quest’anno gli U2, autori tra l’altro nel 2000 del brano “Walk On” dedicato proprio ad Aung San Suu Kyi, hanno deciso di pubblicare quindi una nota di biasimo e contestazione verso la situazione dei Rohingya in Birmania, all’interno della quale si legge:

“Quando Aung San Suu Kyi è stata liberata abbiamo esultato alzando le braccia al cielo. Quando è venuta a Dublino per ringraziare l'Irlanda e Amnesty International, noi irlandesi non avremmo potuto essere più orgogliosi.

Quando il suo partito il NLD ottenne una vittoria schiacciante nelle elezioni e divenne capo de facto del paese, un viaggio impossibile sembrava aver raggiunto la sua destinazione. Volevamo tirare un sospiro di sollievo, ma invece abbiamo dovuto trattenere il nostro respiro. Aveva costruito la sua reputazione sul suo rifiuto di compromettere le sue convinzioni (così come sul sacrificio personale che questo rifiuto ha comportato), ma la costituzione di un governo richiede una certa quantità di pragmatismo. Noi abbiamo temuto che la brutalità militare sarebbe stata veloce a ripresentarsi se lei avesse superato il segno e, pur avendo speranza per il progresso, ci siamo chiesti se mai ci saremmo potuti ritrovare di nuovo a fare una campagna per la sua liberazione.

Ma quello che è successo quest'anno, e in particolare in questi mesi passati - questo, non l’abbiamo mai immaginato”.

E ancora:

“Chi avrebbe potuto prevedere che, se più di 600.000 persone fossero fuggite da un esercito brutale per paura delle proprie vite, la donna che molti di noi avrebbero creduto essere la voce più chiara e più forte sulla crisi sarebbe invece rimasta in silenzio. Per queste atrocità contro la gente di Rohingya che stanno avvenendo sotto il suo sguardo ci sembra di impazzire e ci si spezza il cuore.

A nome del nostro pubblico che ha fatto una campagna così dura per lei, abbiamo cercato diverse volte di parlare con Aung San Suu Kyi direttamente riguardo alla crisi del suo paese e la disumanità alla gente Rohingya. Ci aspettavamo di parlare con lei questa settimana, ma sembra che questa chiamata non avverrà.

Quindi vi diciamo ora quello che le avremmo detto: la violenza e il terrore che vengono riversati sui Rohingya sono atrocità spaventose e devono fermarsi. Il silenzio di Aung San Suu Kyi comincia a somigliare molto ad assenza. Come ha detto Martin Luther King: "La tragedia massima non è l'oppressione e la crudeltà dei cattivi, ma il silenzio sulle stesse delle persone buone". Di tempo ne ha avuto molto per alzarsi e parlare.”

Fonti:  Ansa

Photo Credit / ©Antonio Cruz/ABr /  

 
 

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