Duterte VS Trillanes: il figlio del “Giustiziere” accusato di spaccio in collaborazione con la Triade

MARCO FLAVIO LAPICCIRELLA

“Verso la fine della repubblica romana e sotto l’impero la libertas venne identificandosi sempre più con la securitas: cioè con la garanzia della proprietà e la possibilità di goderne tranquillamente; scomparve presto la libertas come possibilità di scegliersi i propri governanti e di esprimersi senza impedimenti, anche contro il potere. Quando l’ordine diventa più importante della libertà, ci si mette su un piano inclinato e si scivola, più o meno rapidamente, verso l’estinzione della libertà… L’ossessione dell’ordine e della sicurezza è il peggior nemico della libertà”.

Così ha scritto Antonio La Penna, uno dei più grandi latinisti della seconda metà del Novecento e del primo ventennio degli anni 2000, e le sue parole, all’interno di quello che ha preso ormai il nome di populismo globale, risuonano cupe, come una campana a lutto, rimbalzando sulle pareti della predicata supremazia dei diritti sociali su quelli civili e, anche, su quelli umani. Quasi paia sempre più ammissibile l’esser posti di fronte ad una scelta obbligata tra una normale conduzione delle strutture lavorative, economiche, sanitarie e di pubblico ordine e la tutela di condizioni quali la libertà fisica, di pensiero, di opinione, di associazione, o, in taluni casi, la vita stessa.

Le vicende che riguardano le promesse elettorali, l’elezione e la pratica di governo del sedicesimo e attuale Presidente della Repubblica delle Filippine Rodrigo Roa Duterte sollevano per l’appunto questioni di stampo, ancor prima che politico, etico.

Il caso di cronaca più vicino nel tempo e al contempo più direttamente legato alla sfera personale di Duterte, noto all’interno e all’esterno del Paese come “The Punisher”, corrisponde alla denuncia contro il figlio Paolo, 42enne vicesindaco della città di Davao – la stessa guidata per diversi mandati dal padre e ora dalla sorella Sara - convocato insieme al cognato Manases Capio da una commissione d’indagine del Senato che lo sospetta essere legato ad una triade cinese responsabile del contrabbando di stupefacenti in territorio filippino per un valore pari a 125 milioni di dollari.

«Ho detto a Poulong (vezzeggiativo familiare di Paolo, ndr): “Il mio ordine è quello di ucciderti se sei coinvolto. E proteggerò la polizia che lo farà, se è vero” – queste le parole di Duterte “Senior”, fautore ormai globalmente noto di una vera e propria crociata antidroga combattuta strada per strada, casa per casa, più volte nel mirino delle organizzazioni internazionali per la tutela dei diritti fondamentali.

L’accusa, promossa dal senatore Antonio Trillanes del Partido Nacionalista ng Pilipinas (Partito Nazionalista delle Filippine), ha colpito il delfino del Giustiziere a inizio mese, quando, insieme al cognato, è stato condotto in udienza. Lì ha negato ogni accusa – come d’altra parte il parente acquisito – ma si sarebbe anche rifiutato di scoprire la schiena per smentire l’affondo del senatore oppositore che parlava di un grande tatuaggio raffigurante un dragone, un simbolo di affiliazione inciso nella pelle a suggello dei legami con la Triade, ribattezzata nelle Filippine come “Davao group”.

«L’ho detto già prima qual è il mio ordine – viene riportato il 21 settembre dal Telegraph in relazione ad una dichiarazione pubblica di Rodrigo Duterte – se avrò figli nel giro della droga li farò uccidere, così la gente non avrà di che parlare».

Una vicenda drammatica che vede affrontarsi in prima linea il presidente 72enne e il senatore Trillanes, 46 anni, politico ed ex militare già scomodo in passato alle massime cariche della Repubblica delle Filippine. Era infatti assurto all’onore delle cronache nel 2003, quando aveva guidato centinaia di soldati in un complesso residenziale di Manila per indurre l’allora presidente Gloria Macapagal-Arroyo, da lui accusata di corruzione e collaborazionismo con i militanti islamici di Mindanao, alle dimissioni. Dopo una lunga trattativa gli attori del tentato golpe si erano arresi, e Trillanes, condannato, aveva scontato 7 anni di carcere, durante i quali, nel 2007, a seguito delle elezioni era riuscito a diventare il primo senatore detenuto delle Filippine.

Al suo attivo una fuga da un’udienza e proprio in quell’anno l’organizzazione di un nuovo colpo di Stato, molto simile al precedente, anche questo sfumato. Amnistiato definitivamente nel 2010 dal nuovo presidente Benigno Aquino III, Trillanes è stato nuovamente eletto senatore nel 2013, dimostrando con via via crescente forza il proprio antagonismo verso Rodrigo Duterte, sia quando questi era sindaco di Davao sia dopo l’elezione a presidente nel maggio 2016.

«O lo distruggo io, o lui mi distruggerà - ha dichiarato il presidente il 20 settembre, riferendosi al combattivo senatore, accusato a sua volta in passato di corruzione da esponenti dell’attuale partito al governo, il Partido Demokratiko Pilipino – Lakas ng Bayan (Partito Democratico Filippino – Potere della Nazione).

Una sorta di duello, quindi, uno scontro tra due personalità forti che si traduce nell’agone politico e nella contestazione pubblica lungo le vie della capitale del Paese, ormai sempre più spaccato riguardo alle brutali strategie di governo del Giustiziere Duterte, difeso ancora strenuamente nelle champagne e via via più boicottato nelle città.

Responsabile di una lotta alla droga che, dall’inizio del suo mandato, si calcola abbia condotto a più di 80.000 arresti e oltre 7.000 omicidi extragiurisdizonali operati, stando alle denunce degli accusatori filippini e internazionali e alle (poche) testimonianze dei superstiti, attraverso esecuzioni di strada di agenti di polizia poi rigorosamente insabbiate e ricorso a sicari di professione, Rodrigo Roa Duterte vive ora l’onta di vedere il proprio familiare sospettato di spaccio internazionale di metanfetamine con legami alla cosca triadica cinese. Si attende il processo dando fiducia ai tribunali filippini, e confidando nella loro resistenza ad eventuali tentativi di ingerenza da parte dell’esecutivo.

Fonti: Il PostGuardianIl Fatto QuotidianoThe TelegraphIl Secolo XIXLa Repubblica

Photo Credit / ©European People's Party / Wikimedia Commons  (CC BY 2.0) 

 
 

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