Nove anni in un campo di al-Shabaab: la storia di una donna

First Published in ISS TODAY 
 
Republished and translated with the permission of INSTITUTE FOR SECURITY STUDIES . 
  • Le braccia si stendono sopra al tavolo davanti a lei. L’istante dopo, le ha ritirate, ripiegandole verso il corpo. I suoi occhi mettono a fuoco. Vagano. Mettono di nuovo a fuoco. Le spalle sono piegate in avanti, il tono della voce monotono, l’attenzione priva di interesse nel migliore dei casi, assente nel peggiore. La pelle scura del suo viso e delle mani - tutto ciò che si può vedere sotto il suo abito e l’hijab - è secca e cinerea, come sfregata da qualcosa di ruvido. Qualcosa di ruvido: nove anni passati in un campo di al-Shabaab in Somalia.

    A 30 anni, Amina (nome di fantasia) sembra più vecchia della sua età. E’ nata a Majengo, a Mombasa, da una famiglia musulmana povera che non poteva permettersi di pagarle gli studi superiori. Così, per guadagnarsi da vivere, ha iniziato a lavare vestiti e si è sposata giovane.

    Dopo la separazione dal marito, Amina nonostante tutto si è convinta a seguirlo dopo che egli era sparito senza preavviso, in apparenza verso la Somalia. E’ stata attratta non solo dalla speranza di riunirsi a lui ma soprattutto dalla promessa di un’occupazione. Non ha trovato nessuna delle due. Al contrario, è stata condotta a Boni Forest, un noto nascondiglio di al-Shabaab, al confine tra Kenya e Somalia, e segregata in un campo di al-Shabaab per nove anni. All’epoca aveva 21 anni.

    "Nel campo, sono stata tenuta prigioniera e abusata anche da sei uomini mascherati contemporaneamente"

    Amina è una delle tre donne le cui storie di fuga dai campi di al-Shabaab hanno contribuito ad un recente studio dell’Institute for Security Studies (ISS), Estremismo violento in Kenya: perchè le donne sono una priorità. La monografia indaga i motivi e le modalità in cui in Kenya le donne vengono coinvolte nell’estremismo violento e l’impatto che tale fenomeno ha sulle loro vite, famiglie e comunità. La storia di Amina mette in luce come al-Shabaab miri ai più poveri ed ai senza lavoro, mettendo in forte risalto gli effetti psicologici del reclutamento tra le sue fila.

    Una vita di abusi quotidiani

    ‘Al campo’ dice Amina, il tono della voce basso, ‘ero tenuta prigioniera in una stanza buia. Sono stata abusata sessualmente ripetutamente anche da sei uomini contemporaneamente. Noi [tutte le donne] eravamo costrette da al-Shabaab a prendere droghe, specialmente bugizi.’

    Bugizi, una combinazione di eroina, marijuana e Rohypnol, è usata diffusamente da al-Shabaab, insieme al khat, una pianta endemica nel Corno d’Africa dagli effetti stimolanti simili alle anfetamine. Tutte le reduci dei campi intervistate da ISS hanno riportato di essere state costrette persistentemente a fare uso di queste droghe.

    Nel campo, Amina cucinava e lavava i vestiti ed era oggetto di frequenti abusi fisici e sessuali da parte dei combattenti. Se a loro non era piaciuto qualcosa che lei aveva cucinato la picchiavano e la minacciavano di morte se rifiutava di concedersi sessualmente. La violenza sessuale contro le donne è molto frequente nei campi di al-Shabaab, dove le donne vengono reclutate in modo da ‘procurare sesso ai combattenti, così che essi non pensino al tornare a casa’, secondo un investigatore dell’Unità Anti-Terrorismo della Polizia kenyana.

    Amina ha perso il conto del numero di volte in cui è stata stuprata. Se da un lato era costretta a prendere contraccettivi in modo da non rimanere incinta, gli uomini non sempre usavano i preservativi e così ha contratto l’AIDS. Alcune donne hanno concepito, ma al solito venivano fatte abortire, per quanto nel campo ci fossero cinque bambini.

    Povertà ed estremismo: un circolo complesso

    Un giorno, durante l’assenza dal campo dei suoi carcerieri, Amina ha ricevuto aiuto da un uomo musulmano ed è fuggita. Dopo nove giorni passati a nascondersi nella foresta, si è assicurata una serie di passaggi su delle barche dirette in Kenya, riunendosi infine alla sua famiglia.

    Oggi Amina vive a Mombasa dove sta facendo crescere nove bambini, sei suoi e tre della sorella. E’ sottoposta a trattamento anti-retrovirale e a cure per la tubercolosi e le sue condizioni di salute precarie limitano l’abilità nel suo lavoro. Quando può, continua a guadagnare uno stipendio minimo lavando vestiti. Quando non può, dipende dai suoi fratelli. Da quando è tornata, la sua situazione finanziaria, uno dei motivi chiave che stanno dietro al suo reclutamento da parte di al-Shabaab, rimane precaria come non mai.

    Al trauma della prigionia nelle mani di al-Shabaab si è aggiunto l’ostracismo che Amina ha subito fin dal suo ritorno

    Al-Shabaab ha sfruttato - così come contribuito ad acuire - le dure condizioni economiche nelle comunità keniane che mette nel mirino. Nelle aree quali Majengo e Mombasa, al-Shabaab si è avvantaggiato della povertà e della disoccupazione diffuse per adescare uomini e donne nelle sue coorti con la promessa di lavoro e soldi. Se Amina non si è deliberatamente unita ad al-Shabaab, la perdita del reddito del marito quando egli è partito per la Somalia, insieme alla mancanza di istruzione, l’ha resa vulnerabile alle promesse di occupazione.

    Mentre cerca di trovare la sua strada dal punto di vista finanziario, Amina dice che ‘il governo dovrebbe aiutare le donne che ritornano dalla Somalia ad aprire delle attività di impresa’. Alcune iniziative governative a tal proposito sono state intraprese - il Fondo Uwezo, per esempio, mira a dare alle donne e ai giovani le competenze, il credito e l’assistenza finanziaria necessari ad iniziare delle piccole attività di impresa. Ma spesso le donne trovano tali servizi inaccessibili o temono lo stigma ad essi associato e le iniziative finiscono per essere sotto-utilizzate.

    Fin dalla sua fuga dalla Somalia, Amina è stata ostracizzata e stigmatizzata dalla sua comunità in diversi modi. I suoi anni in Somalia sono parte del motivo. Secondo un ufficiale del governo a Nairobi, le comunità evitano le mogli, le vedove o i figli di uomini sospettati di essere reclutati da al-Shabaab. Lo stigma che Amina si trova ad affrontare è aggravato dagli abusi sessuali che ha dovuto sopportare. Le donne musulmane che hanno avuto relazioni sessuali con uomini diversi dai loro mariti - anche se tali rapporti sono stati forzati - sono spesso rimproverate dalle loro comunità. In questo modo, al-Shabaab distrugge la coesione sociale.

    Le donne hanno maggiore probabilità di essere coinvolte nell’estremismo come simpatizzanti o sostenitrici che come reali esecutrici

    Il trauma psicologico che Amina ha subito durante il suo periodo con al-Shabaab è stato acuito dall’ostracismo che ha dovuto subire fin dal suo ritorno. Un programma di counselling completo la aiuterebbe a superare il proprio trauma, così come delle iniziative rivolte ad alleviare lo stigma ed a creare relazioni sociali nelle comunità. Ad oggi gli sforzi del governo su entrambi i fronti si sono rivelati inadeguati e Amina non sa di piani specificamente messi in campo per darle aiuto.

    Più che partecipare all’estremismo violento come esecutrici materiali, le donne più spesso sono coinvolte in maniera indiretta, come aiutanti o facilitatrici, simpatizzanti o sostenitrici. Ancora più spesso, però, sono esse a portare il peso dell’estremismo violento attraverso la perdita di coloro che portano a casa il pane e la disintegrazione delle famiglie; attraverso la violenza sessuale, i trami psicologici ed emozionali, la paura, l’ansia e la stigmatizzazione. La storia di Amina rappresenta un esempio fin troppo tipico e lacerante.

    Amina è una delle tre donne reduci intervistate a fine 2016 dai ricercatori di ISS Today per la monografia Estremismo violento in Kenya: perchè le donne sono una priorità. ISS Today ha pubblicato anche le storie di Khadija e Fatuma. Lo studio è stato commissionato da UN Women Kenya.

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