Kamikaze e spose bambine tra i minori rapiti di Boko Haram: lo riferisce un rapporto Unicef con #BringBackOurChildhood

Beatrice Guzzardi | 25 aprile

Il 14 aprile 2014 più di 270 ragazze sono state rapite nella città di Chibok, nel nord est della Nigeria. Il mondo intero si è mobilitato per il loro rilascio con la campagna #BringBackOurGirls.

Da quel giorno, almeno 1.3 milioni di bambini sono stati catturati da Boko Haram nella regione di Lake Chad. Questo è solo uno dei casi analizzati dall’Unicef nel report sulle gravi condizioni in cui versa gran parte della popolazione nigeriana.

Secondo il documento, i bambini sequestrati sono soggetti a sfruttamento e abusi, oltre a essere reclutati dai gruppi armati che li utilizzano come attentatori suicidi.

Boko Haram ha causato un esodo di 2.3 milioni di persone da maggio 2013, provocando una delle più grandi crisi umanitarie africane. In un solo anno i bambini rapiti sono passati da 800.000 a 1.3 milioni.

In tutta l’area nord orientale della Nigeria le scuole sono frequentemente oggetto di attentati: gli attacchi suicidi del gruppo terroristico sono sempre più frequenti, distruggendo infrastrutture pubbliche e seminando la paura tra la popolazione. Il 90% delle famiglie sfollate ha trovato riparo in alcune comunità molto povere, incrementando così la richiesta di quelle risorse già difficilmente reperibili.

Il conflitto ha avuto inoltre un notevole impatto sull’educazione già precaria dei bambini. Più di 1800 scuole sono state chiuse, distrutte o utilizzate come luoghi di rifugio per le famiglie sfollate. Le maestre e i bambini hanno paura di tornare in quelle ancora agibili.

Tutte le regioni della Nigeria nord orientale sono colpite da frequenti carestie: tra il 2014 e 2016 quasi 195000 bambini hanno presentato sintomi da malnutrizione. L’agricoltura, la pesca e i commerci non sono più praticabili a causa dell’esodo tuttora in corso, nonché delle condizioni climatiche e delle epidemie.

I bambini sono obbligati a compiere violenze contro le loro stesse famiglie per dimostrare lealtà a Boko Haram, mentre le bambine sono costrette - pena la morte - a sposare i combattenti del gruppo armato.

Dalle statistiche emerge che sono quest’ultime a essere state utilizzate più frequentemente negli attacchi suicidi in Ciad, Nigeria e Camerun.

Rapite, violentate ed emarginate

Molte aree occupate dal gruppo terroristico sono state riconquistate dai militari nigeriani e le bambine sono state liberate dopo mesi di prigionia per essere, tuttavia, oggetto di diffidenza, persecuzione e discriminazione una volta tornate nelle loro comunità. Secondo il report “Bad Blood” redatto da Unicef e International Alert, le famiglie guardano con sospetto le proprie ragazze perché incinte dei terroristi. I loro bambini vengono perciò uccisi poco dopo il parto o, successivamente, banditi da comunità in cui regnano terrore e sospetto.

Una di loro si chiama Khadija e ha 17 anni. L’anno scorso stava andando a trovare sua madre a Banki, in Nigeria, quando è stata rapita da Boko Haram. I sequestratori l’hanno data in moglie a uno di loro: nove mesi dopo ha avuto un bambino. Durante un attacco dei militari nigeriani è riuscita a scappare nella foresta con suo figlio ed è stata accompagnata a Dalori, un campo di rifugiati vicino a Maiduguri.

Dopo mesi in ospedale è potuta tornare nel campo, ma le donne nella sua tenda si rifiutavano di condividere acqua o cibo con lei, accusandola di essere la moglie di un soldato di Boko Haram.

Oggi Khadija è sola e lotta ogni giorno per sfamare il suo bambino: non sa quale futuro l’aspetta.

L’Unicef sta cercando di combattere lo stigma contro le sopravvissute alle violenze sessuali, fornendo loro aiuti materiali e psicologici. Come emerge dal report, tuttavia, non riesce ad aiutare tutti: sono pertanto fondamentali le nostre donazioni per garantire continuità al suo operato.

Fonte: Unicef

Photo Credit / ©European Commission DG ECHO / Flickr.com (CC BY-NC-ND 2.0)

 

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