Quando Binta ha scoperto di essere incinta sapeva che avrebbe dovuto lasciare la propria casa nel sud del Senegal. Aveva sedici anni.

La gravidanza extraconiugale è un tabù nell’ovest dell’Africa e gli aborti sono penalmente punibili. Il padre del bambino di Binta è un membro della famiglia “allargata”, ma la donna non ha mai specificato se la loro relazione sia stata consensuale o meno.

Il suo nome e quelli delle altre donne intervistate dal Thomson Reuters Foundation sono stati cambiati per proteggere la loro privacy.

“Non  sapevo come raccontare l’accaduto alla mia famiglia”, sostiene la giovane ormai trentenne. Così Binta racconta di essere fuggita verso Guediawaye, un sobborgo povero nella parte occidentale di Dakar. Qui è entrata in contatto con gli assistenti sociali locali. Le hanno riferito di un possibile rifugio denominato “La maison rose”, dal francese “la casa rosa”.

La Maison Rose è un rifugio in Senegal per le vittime di abusi e stupri, anche con conseguenti gravidanze. Rifugi simili sono rari in Senegal.

Negli alti ranghi della società senegalese vi è più eguaglianza di genere, così come nell’accesso all’istruzione primaria. Ma nelle altre aree del paese le donne si ritrovano in condizioni davvero sfavorevoli. Vivono secondo dettami sociali severi, come il giungere vergini al matrimonio. Non solo: l'accesso ai contraccettivi è limitato.

Lo stigma per la gravidanza extraconiugale può indurre due conseguenze. La prima è essere abbandonate dalle famiglie. L’altra è abortire illegalmente e, per tal motivo, finire in prigione.

La “maison rose” aiuta le donne a superare il proprio trauma psicologico attraverso arte, attività musicali e altre terapie. Mona Chaserio - fondatrice delle “casa rosa” - spiega che l’obiettivo è aiutare le donne alla progressiva conquista dell'indipendenza sia sociale che economica.

 “Qui vediamo la sofferenza” - ha affermato Chaserio - “ma si può vedere anche il cambiamento. È incredibile”. 

Fonti: Reuters

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