Terrore a Barcellona: analisi di un attentato

Marino D'Amore | 19 Agosto 

L’Europa piange altre vittime. Questa volta è Barcellona il teatro della drammatica e irrazionale ferocia terrorista.

Giovedì 17 agosto, intorno alle 17, un furgone si è lanciato sulla folla delle Ramblas, causando 14 morti, tra cui 3 italiani, e quasi 130 feriti.

All'una di notte un nuovo attacco. A Cambrils, città catalana a circa due ore d'auto da Barcellona, le forze dell’ordine hanno ucciso cinque terroristi, i quali a bordo di un’auto volevano emulare l’atto criminale del pomeriggio.

L'Isis ha rivendicato gli attacchi e il premier spagnolo Mariano Rajoy ne ha confermato la matrice jihadista.

Per l’ennesima volta siamo di fronte a uno scenario drammatico in cui l’incredulità e la paura si fondono con la tristezza per le vittime e con il timore per un futuro che ci pone nelle condizioni di potenziali bersagli. Abbiamo assistito a un’ulteriore evoluzione del fenomeno terroristico che ci coglie di nuovo impreparati.

Ma cerchiamo di analizzarne le principali caratteristiche: 

  1. in primo luogo appare chiaro che dal modus operandi “low cost”  dei lupi solitari, estemporaneo perciò  difficilmente prevedibile, si è passati alla pianificazione di due attentati a distanza di poche ore, concepiti da una cellula di circa dodici elementi che ha avuto bisogno di tempo per la gestione logistica - per quanto scarsa e rudimentale - dell’organizzazione dell’evento. Nonostante poi quest’ultimo si sia manifestato secondo le stesse modalità di Nizza e Berlino, differenziandosi però da quello di Londra in cui si sono utilizzate armi da taglio. Elementi che rivelano che, partendo da un’azione comune, i terroristi agiscono assecondando contingenze che ne limitano ulteriormente la prevedibilità;

  2. la dinamica kamikaze, sembra lasciare il posto a quella  sopracitata, anche se persiste. Pensiamo a Manchester e al piano fallito di far esplodere un furgone al centro di Barcellona: forse anche per eludere elementi di rintracciabilità legata al reperimento di materiali necessari e know-how adeguato;

  3. sparisce inoltre l’elemento fortemente identitario e celebrativo legato al martirio. Il terrorista non si suicida, ma cerca di scappare per poter pianificare altri atti: a livello pratico, nonché simbolico, credo sia un elemento centrale;

  4. occorre inoltre capire che il reclutamento terrorista è legato all’esclusione sociale, motivo per cui la causa jihadista esercita un profondo appeal soprattutto sulle seconde e terze generazioni d’immigrati. Rappresentando quindi un’irrinunciabile occasione di riscatto per schiere di giovani sature di risentimento e vendetta;

  5. è pertanto improrogabile ottimizzare le comunicazioni tra le intelligence nazionali per incrementare la prevenzione, unico strumento veramente efficace. Strano che la Spagna, dopo anni di lotta all’ETA e l’attentato di Madrid del 2004, non abbia considerato adeguatamente la segnalazione della CIA riguardo a un possibile attacco;

  6. la radicalizzazione non avviene più, infine, solo in carcere o in luoghi di aggregazione, ma soprattutto tra le mura domestiche attraverso Internet: un vero e proprio vettore reclutante di ideologia e fanatismo.

L’attentato in Spagna allerta il nostro paese, molto preparato a livello logistico-preventivo. Sia per un’affinità storico-politica sia per una forte similarità dell’humus sociale,  insieme a variabili contingenti di natura geopolitica. È importante comprendere che gli attentati in occidente sono la naturale conseguenza delle politiche delle sue istituzioni e delle sconfitte dell’Isis che ne hanno ridimensionano il territorio  conferendo agli attentati stessi significati di guerriglia.

Un altro aspetto è legato alla comunicazione. A mio avviso, l’utilizzo eccessivo di immagini e filmati particolarmente cruenti nei notiziari implementa la tanto invocata visibilità terrorista, amplificandone le azioni e gli effetti.

Infine ritengo si debbano abbandonare intenti e tendenze populiste che non aiutano a risolvere concretamente il problema, per abbracciare invece un interculturalismo che rinunci alla omogeneizzazione sociale - non fattibile nel breve periodo, ndr - per una convivenza basata sul rispetto delle singole identità.


L'AUTORE

Laureato in Scienze della comunicazione e Scienze politiche, Marino D’Amore è professore Ph.D. in Criminologia presso la LUDES HEI Foundation Malta campus Lugano, dove si occupa di criminologia, mass media, comunicazione. Docente master Unicusano e Genuensis cic. È autore dei libri: Comunicazione e Social Media e Democrazia e Media editi da Haiku Edizioni; Le vie della comunicazione sono infinite, Crimen Communication, Appunti di Terrorismo. Riflessioni sul fenomeno terroristico” editi da Ludes Press; “Footballinguistica: la Sociolinguistica del mondo del calcio.”, “Età Mediatiche: piccola grande storia dell’Industria Culturale, Democratizzazione mediale. La comunicazione è uguale per tutti? e, insieme a Ugo Barbara, Dal Reportage alla Fiction. Come la cronaca diventa intrattenimento. È giornalista pubblicista, caporedattore della rivista «Noùs. Giustizia sociale e democrazia», vicedirettore della rivista di geopolitica internazionale «AtlasOrbis» e collabora con le riviste «Scienze e Ricerche» e «Nuove frontiere del Diritto».

 

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