I morti non hanno colore

Marino D'Amore

Un avvenimento mediaticamente “caldo” che ha stimolato polemiche e discussioni negli ultimi giorni è stato il prepartita di Australia – Arabia Saudita. Il match, valido per le qualificazioni ai Mondiali di Russia 2018, è stato teatro di un evento anomalo per molti, irrispettoso per altri, ma comunque paradossale. La nazionale araba non si è schierata al centro del campo insieme agli arbitri e agli avversari durante il minuto di silenzio dedicato alle vittime dell'attacco terroristico di Londra. Quando infatti lo speaker dello stadio Adelaide Oval ha invitato il pubblico al raccoglimento, i giocatori dell'Arabia Saudita si sono allontanati dal centrocampo per guadagnare le proprie posizioni, suscitando fischi e indignazione generale.

In una notizia simile è relativamente semplice individuare chi aderisce e chi no a un atteggiamento conforme a una cultura condivisa: quello della solidarietà. Ecco, forse sono opportune alcune riflessioni che proprio con la cultura, e con la sua condivisione, hanno a che fare, in un clima geopolitico così delicato e instabile. Premesso che ogni tentativo multiculturalista si sta rivelando fallimentare - il che non identifica il multiculturalismo in sé come utopia, ma ne chiarisce sempre più i parametri di realizzazione costantemente disattesi - il non voler aderire a una  commemorazione implica, nell’immaginario collettivo, un’approvazione tacita per ciò che è accaduto, negando, nella sostanza, il rispetto per le vittime.

Ma ragioniamo solo un secondo: il mainstream culturale, come già spiegato, identifica questo come un comportamento frequente, soprattutto se contestualizzato da un fattore socializzante come il calcio. Quando c’è un evento doloroso - una morte, un attentato, una strage o qualunque cosa implichi delle vittime - il mondo sportivo osserva un minuto di silenzio. Chi si rifiuta di farlo, soprattutto se ripreso dai mass media, viene immediatamente etichettato come sostenitore della controparte: i carnefici.

Per completezza di informazione è lecito porsi qualche domanda: se una pratica come questa non appartenesse a tutti? Se non fosse parte integrante di ogni cultura, ma prerogativa solo di quella occidentale, come ha affermato la Federcalcio araba scusandosi pubblicamente per "ogni offesa provocata dai suoi giocatori”? E se quella forma di commemorazione fosse ritenuta insufficiente o addirittura irrispettosa da altre culture, proprio per l’esiguo tempo concesso al ricordo? Ma soprattutto, perché ricordare sempre le vittime occidentali e mai quelle dell’area mediorientale dove, ad esempio, gli attentati sono purtroppo? Pensiamo all’Egitto, alla Siria, a Kabul, a Mosul. Forse quei morti non hanno pari legittimità? Esiste una cultura di serie A e una di serie B?

Questa analisi non vuole essere una critica, ma solo un momento di riflessione per comprendere meglio un comportamento apparentemente inspiegabile o addirittura esecrabile. Per pensare quindi in maniera critica, consapevole e non eterodiretta. Per rispettare, pur senza condividerle,  scelte che non sentiamo nostre, senza sottometterci alla demonizzazione e al finto buonismo che incrementano ancora di più le distanze tra noi e gli altri.


 L'AUTORE

Laureato in Scienze della comunicazione e Scienze politiche, Marino D’Amore è professore Ph.D. in Criminologia presso la LUDES HEI Foundation Malta campus Lugano, dove si occupa di criminologia, mass media, comunicazione. Docente master Unicusano e Genuensis cic. È autore dei libri: Comunicazione e Social Media e Democrazia e Media editi da Haiku Edizioni; Le vie della comunicazione sono infinite, Crimen Communication, Appunti di Terrorismo. Riflessioni sul fenomeno terroristico” editi da Ludes Press; “Footballinguistica: la Sociolinguistica del mondo del calcio.”, “Età Mediatiche: piccola grande storia dell’Industria Culturale, Democratizzazione mediale. La comunicazione è uguale per tutti? e, insieme a Ugo Barbara, Dal Reportage alla Fiction. Come la cronaca diventa intrattenimento. È giornalista pubblicista, caporedattore della rivista «Noùs. Giustizia sociale e democrazia», vicedirettore della rivista di geopolitica internazionale «AtlasOrbis» e collabora con le riviste «Scienze e Ricerche» e «Nuove frontiere del Diritto».

 

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