Manchester: l’ennesima strage.

Marino D'Amore

Salman Abedi. È questo il nome del kamikaze che ha seminato il panico alla Manchester Arena, uccidendo almeno 22 persone e ferendone 120 durante un concerto.

La polizia sta confrontando le riprese delle telecamere di sicurezza per stabilire se il terrorista abbia effettuato un sopralluogo prima dell’attentato. La vicenda è tristemente simile a tante altre: Il kamikaze era noto alle autorità che stanno analizzando le immagini per individuarlo nel suo tragitto verso l’arena.

Gli esperti della scientifica stanno esaminando i resti dell’ordigno recuperati finora. Secondo le loro indicazioni, chi ha assemblato la bomba disponeva di un notevole know how, particolare che avalla l’ipotesi che Abedi non fosse da solo. L’esperienza dimostra infatti che le organizzazioni terroristiche sono poco propense a sacrificare le conoscenze tecniche di un “fabbricante” di bombe in un attacco, preferendo conservarle per attacchi futuri. È perciò altamente probabile che Abedi facesse parte di una cellula o di un’organizzazione. Gli inquirenti sono infatti alla ricerca di eventuali legami dell’attentatore con la Siria o altre roccaforti jihadiste.

A una prima analisi, dopo queste premesse, emergono alcuni elementi su cui riflettere:

  1. È evidente che qualsiasi previsione sull’evoluzione del fenomeno terroristico sia costantemente ridimensionata dai fatti. Quando sembrava essersi attestato su una dimensione low cost, in cui qualunque mezzo (automobili, camion, armi, coltelli) potesse essere considerato funzionale allo scopo, ecco il riapparire prepotente della strategia kamikaze associata a un’attenta pianificazione dell’attentato, accantonando, almeno in questa occasione, l’estemporaneità dei lupi solitari.

  2. La questione dell’esclusione sociale e di un deficitario multiculturalismo appare plausibile: la condizione di ghettizzazione conduce alla ricerca di un riscatto vissuto come una punizione da infliggere a chi esclude. Siamo in presenza dell’ennesimo musulmano di seconda generazione abbandonato dalla sua famiglia che lo aveva precedentemente segnalato alle autorità. È quindi molto probabile che Abedi abbia cercato rifugio nella causa jihadista per punire i presunti responsabili della sua marginalizzazione. Almeno sedici terroristi di matrice jihadista sono originari di una piccola area di Manchester in cui sono state effettuate varie operazioni di sorveglianza su individui sospetti. Sono stati inoltre ricercati possibili legami di Daesh con alcune cellule presenti a Bruxelles, Parigi e Stoccolma.

  3. Non è possibile che - ancora una volta - il soggetto fosse già noto alle autorità e che non siano state adottate idonee misure preventive. Non è concepibile che un uomo possa accedere con una “bomba sporca” in un luogo pubblico dove ci sono migliaia di persone senza aver subito il minimo controllo, soprattutto in un paese in stato di allerta come la Gran Bretagna.

  4. Occorre porre un freno alla demagogia populista dei governi europei che, nascondendosi dietro il classico “non permetteremo al terrorismo di fermare le nostre vite”, perseverano nell’adottare politiche estere inefficaci e sottovalutano le criticità dei loro paesi.

  5. L’efficace comunicazione tra i servizi d’intelligence diventa un punto sempre più importante nell’attività di prevenzione: non scambiarsi informazioni - o non farlo bene - provoca l’inutile perdita di vite umane.

  6. Infine, un giudizio etico seppur personale. È vergognoso, nonché completamente fuori luogo, che un certo tipo di giornalismo strumentalizzi l’attentato per dare ancora più visibilità alla cantante Ariana Grande. La pubblicazione di notizie inerenti la sua carriera, del suo tweet successivo all’esplosione o delle foto del suo ritorno in Florida amplificano la risonanza mediatica dell’evento a discapito di una vera informazione, ignorando il dolore di quelle famiglie che stanno piangendo per i propri cari scomparsi o tuttora dispersi. 

Questi sono i punti che, a mio avviso, emergono dall’attuale scenario terroristico e che impongono continue riflessioni a chi governa e gestisce la nostra sicurezza. Nessuno di noi ha la soluzione, ma è indispensabile adottare le strategie più adeguate per combattere un nemico che muta continuamente. 


 L'AUTORE

Laureato in Scienze della comunicazione e Scienze politiche, Marino D’Amore è professore Ph.D. in Criminologia presso la LUDES HEI Foundation Malta campus Lugano, dove si occupa di criminologia, mass media, comunicazione. Docente master Unicusano e Genuensis cic. È autore dei libri: Comunicazione e Social Media e Democrazia e Media editi da Haiku Edizioni; Le vie della comunicazione sono infinite, Crimen Communication, Appunti di Terrorismo. Riflessioni sul fenomeno terroristico” editi da Ludes Press; “Footballinguistica: la Sociolinguistica del mondo del calcio.”, “Età Mediatiche: piccola grande storia dell’Industria Culturale, Democratizzazione mediale. La comunicazione è uguale per tutti? e, insieme a Ugo Barbara, Dal Reportage alla Fiction. Come la cronaca diventa intrattenimento. È giornalista pubblicista, caporedattore della rivista «Noùs. Giustizia sociale e democrazia», vicedirettore della rivista di geopolitica internazionale «AtlasOrbis» e collabora con le riviste «Scienze e Ricerche» e «Nuove frontiere del Diritto».

 

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