Intervista al Dott. Simone Montaldo, docente di tecniche di interrogatorio, intervista giudiziaria e psicologia della testimonianza presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza" e Consulente tecnico in ambito psicoforense.


INDICE
  1. Quali sono le differenze sostanziali fra le tecniche di interrogatorio delle intelligence italiana e americana? 
  2. Quanto sono efficaci queste tecniche?
  3. Quali sono gli effetti psicologici che subisce il soggetto interrogato?
  4. Secondo la sua opinione, le tecniche di persuasione e di resistenza alla persuasione usate nel settore del marketing potrebbero essere utili ai fini di un interrogatorio?

1) Quali sono le differenze sostanziali fra le tecniche di interrogatorio delle intelligence italiana e americana?
 
La risposta a questa domanda richiederebbe una lunga dissertazione che non potrebbe non comprendere delle valutazioni di ordine storico e politico oltre che scientifico. Non si può non ammettere però che gli Stati Uniti siano stati precursori nella ricerca in questo campo specifico. Non dimentichiamo che il primo manuale dedicato alle tecniche di interrogatorio in ambito di intelligence è il Kurbark Counter Intelligence” (documento CIA recentemente desecretato). In questo manuale si è fatto forse il primo tentativo di sistematizzazione delle tecniche di interrogatorio tenendo conto degli aspetti psicologici, fisiologici e di contesto. Naturalmente il Kurbark, come altri manuali che si sono proposti negli anni di sistematizzare le tecniche di interrogatorio su base prevalentemente pragmatica, ha dei fortissimi limiti, ma senza dubbio rappresenta un punto di svolta in materia.
 

Per contro in Italia ciò che forse manca ed è mancato è un approccio sistematico e di conseguenza c’è probabilmente minore attenzione alla predisposizione di protocolli dinterrogatorio che fungano da riferimento (e anche da tutela) per gli operatori. Le ricerche proseguono e ad es. vengono citati in ambito di intelligence studi come quello svizzero del 2005, in cui Michael Kosfeld e Markus Heinrichs dell'Università di Zurigo hanno comunicato i risultati di una ricerca sul rapporto tra ormone ossitocina e fiducia. A tale proposito infatti Paul J. Zak, neuroscienziato dell'università californiana di Claremont, uno dei supervisori dell'esperimento svizzero – è stato chiamato a presentare i risultati all'Agenzia americana per i progetti di ricerca per la difesa (Darpa). Naturalmente simili sperimentazioni vanno prese con molta cautela e con la consapevolezza che i risultati ottenuti in contesti sperimentali non possono essere replicati in contesti naturalistici, cioè nel mondo reale. 

Ecco forse ciò che manca in Italia è la consapevolezza che linterrogatorio è una attività complessa, un territorio impervio nel quale bisogna destreggiarsi fra fattori psicologici, legali, ambientali e culturali, tenendo sempre presente lo scopo fondamentale: acquisire informazioni valide! (sia che si tratti di intelligence che di situazioni di PG). La gestione di queste variabili e il monitoraggio costante della loro reciproca interazione nellattualità dellinterrogatorio richiede una specifica formazione, un puntuale addestramento e un approccio teso ad ancorare le scelte operative/strategiche a teorie scientifiche di copertura, alla ricerca e alla conferma empirica. Purtroppo permane il mito delloperatore di intelligence come soggetto che agisce in modo autonomo, spesso spregiudicato e che corrisponde allimmagine che di questa professione ci ha dato il cinema. Eun riverbero del noto effetto Hollywoodche purtroppo non influenza solo il grande pubblico, ma spesso anche gli stessi operatori.

Voglio concludere citando uno dei tanti miti che vanno sfatati e che spesso compromettono le interviste investigative di terroristi o presunti tali: il profilo del terrorista”. L’idea che esista un profilo tipo, un prototipo psicologico del terrorista da lillusione che esistano tecniche che siano in grado di piegare le resistenze di un certo tipodi persona/criminale non è pensabile. Il comportamento del terrorista è frutto di un processo personale, un processo che va sotto il nome di radicalizzazione, che si sviluppa con tempi, modalità ed esiti diversi in ogni individuo. In realtà bisognerebbe riflettere sullopportunità di rivolgere lattenzione investigativa a contesti che sono al confine della radicalizzazione, quei contesti e quei soggetti che non appartengono alla ristretta cerchia delle cellule terroristiche ma che ne hanno una percezione perché appartenenti ad un ambito socio-culturale comune. Tale approccio consente da una parte di ottenere più facilmente informazioni utili e dallaltra può avere un effetto preventivo, intercettando soggetti che sono magari nelle prime fasi del processo di radicalizzazione, la cui evoluzione è ancora facilmente reversibile    

2) Quanto sono efficaci queste tecniche?

Ovviamente sullefficacia di queste tecniche il dibattito è aperto. Senza dubbio un approccio strutturato allinterrogatorio, basato sulluso di strategie psicologiche scientificamente fondate aumenta le probabilità di successo, ma non possiamo non ammettere che ogni interrogatorio è storia a se e la capacità vera dellinterrogante deve essere quella di poter gestire le tecniche apprese in modo plastico e secondo il principio del costante adattamento. Purtroppo (o per fortuna) ogni operazione condotta in contesti relazionali, dove sono in gioco variabili soggettive e di contesto molto complesse, rimane difficile da inquadrare in procedure standardizzate e sempre valide. Questo però non va inteso come un limite, bensì come uno stimolo alla ricerca e allapprofondimento scientifico. Un passo in avanti potrebbe essere fatto se si comprende che gli obiettivi vanno tarati sul caso specifico e che quando interagiamo in interrogatorio con un determinato soggetto dobbiamo sapere quale è il target massimo raggiungibile e di conseguenza dobbiamo evitare di forzare il sistema. Tale forzatura avrà effetti inevitabilmente negativi che si tradurranno nella totale chiusura dellinterrogato o nella drastica riduzione delle informazioni ottenute in senso sia quantitativo che qualitativo. Resta il fatto che la capacità di condurre un interrogatorio è proporzionale alla capacità di comprendere le condizioni attuali in cui questo viene condotto. 

3) Quali sono gli effetti psicologici che subisce il soggetto interrogato? 
 
Altra risposta molto difficile da dare in modo sintetico. Gli effetti psicologici di un interrogatorio possono essere vari e dipendono fondamentalmente dallo stato del soggetto interrogato, dalla sua esperienza pregressa e dalla conoscenza e dalladdestramento. Escluderei che interrogatori condotti in modo tecnico(e nel rispetto dell’integrità fisica del soggetto) possano avere conseguenze negative a lungo termine. Lo scopo in termini psicologici è in sostanza quello di indurre nel soggetto un atteggiamento maggiormente collaborativo. In alcuni casi si può far leva su un processo di regressione e sullaumento nellinterrogato della necessità di affidarsi al suo interrogante. Nulla che però non avvenga in altri contesti più comuni dove serva instaurare un clima collaborativo fra due soggetti che hanno ruoli diversi (pensiamo ai rapporti terapeutici ad esempio). Echiaro che anche luso di tecniche psicologiche estreme può produrre danni a lungo termine in soggetti vulnerabili. Si pensi a cosa è accaduto nel noto caso di Abu Zubaydah, uno dei primi detenuti nella guerra al terrore”. Costui fornì informazioni (dal suo letto dospedale in Tailandia) su Khalid Sheik Mohammed (una delle menti dietro il 9/11). Cito l’articolo del Washington Post: The CIA showed up. Its team was accompanied by a psychologist. And he wanted to conduct a test that would get Zubaydah to reveal everything by severing his sense of personality and scaring him almost to death."
 

In estrema sintesi gli psicologi che lavorarono al programma utilizzarono tecniche di condizionamento ispirate ad esperienze sperimentali legate ad un contesto completamente diverso. Fecero riferimento alle sperimentazioni che nel 1967 lo psicologo Seligman (University of Pennsylvania) condusse sul tema della learned  helplessness”, legata alla condizione di prostrazione e  di apatia tipica dei soggetti affetti da depressione (Maier, Steven; Seligman, Martin, "Learned helplessness: theory and evidence", Journal of Experimental Psychology: General, Vol 105(1), Mar 1976, 3-46). Gli esperimenti condotti su animali (cani) portarono alla conclusione che la percezione (appresa con lesperienza) di totale perdita di controllo sullambiente e sugli avvenimenti porta ad uno stato di totale remissività e sottomissione rispetto alle nuove esperienze. Il risultato fu che Zubaydah non fu indotto a collaborare ma fu solo addestrato come i cani di Seligman. Lo scopo dellinterrogatorio non è questo! Forme così estreme di regressione e di sottomissione conducono ad informazioni distorte dalla suggestione e di fatto scarsamente attendibili.

4) Secondo la sua opinione, le tecniche di persuasione e di resistenza alla persuasione usate nel settore del marketing potrebbero essere utili ai fini di un interrogatorio?

Direi che le tecniche di persuasione e le relative contromisure sono sostanzialmente abbastanza simili in tutti i contesti dove si debba lavorare sul convincimento altrui e sul cambio di atteggiamento. Però le tecniche utilizzate nel campo del marketing non sono direttamente applicabili al contesto di interrogatorio per ragioni legate al target e al contesto della comunicazione e agli obiettivi finali. Il marketing ha come scopo quello di raggiungere un gran numero di soggetti e di operare una “suggestione” ad ampio spettro che influisca su scelte di bassa salienza emotiva (ad es. acquistare un prodotto piuttosto che un altro, oppure acquistare prodotti di cui in realtà non si ha bisogno). Nel marketing le strategie utilizzate sono generiche e a basso impatto sulla stabilità emotiva dei destinatari, mentre in contesti di interrogatorio linterazione è di tipo faccia a faccia, in contesti fortemente regolati e caratterizzati da profonda disparità dei ruoli. Ciò porta la comunicazione su un piano completamente diverso, dove una delle regole è quella di tarare le strategie di conduzione sul singolo individuo. In ogni caso c’è sempre una certa permeabilità fra le discipline psicologiche, il che include limportanza di metodologie provenienti da diversi ambiti di ricerca, purché adattate allo scopo specifico. Ancora una volta il pericolo però sta nelluso di certe tecniche da parte di persone inesperte che hanno un approccio ingenuoe non fondato su basi scientifiche. 

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