Intervista al prof. Lombardi, docente della Cattolica ed esperto in terrorismo.


INDICE

1) Nizza, Londra, Stoccolma… il modus operandi dei terroristi sta cambiando, aumentando nettamente la pericolosità e l’imprevedibilità degli attentati. Come pensa che dovrebbero muoversi le istituzioni europee e i privati per poter ridurre il rischio? In particolare, il settore logistico e dei trasporti che direzione dovrebbe prendere?

Come hai sottolineato, l’imprevedibilità è l'elemento chiave, quindi riuscire ad anticipare eventi come quelli di Stoccolma, Berlino o Westminster risulta essere complicato. Nelle ultime tre settimane abbiamo avuto cinque o sei attacchi riconducibili a Daesh. Dunque un aumento rilevante. Attenzione, attacchi che magari nelle motivazioni non rimandano a Daesh, ma che si ricollegano a esso nelle modalità operative, per il background e per lo scenario in cui si sono mossi. Per questo infatti considero anche i fatti di Orly, Anversa e Parigi, nell'ultimo dei quali il 17 marzo un uomo ha ammazzato, urlando “Allah Akbar”, il fratello e il padre. Quindi non attacchi promossi direttamente da Daesh, ma che rimandano a esso per le modalità operative. In questo scenario risulta molto difficile fare previsioni. Ciò perché le istituzioni, e l’Intelligence in particolare, si muovono intercettando una catena di comando. Attacchi di questo genere, così scarsamente organizzati, sono difficili da prevedere, limitandone il potere d’azione.

Per quanto riguarda la mobilità, è un aspetto estremamente interessante. La mobilità fa parte del nostro mondo. Bloccarla vuol dire impattare sull’economia, sulla cultura, sulla pratica quotidiana. È un target importante. Le stazioni e gli aeroporti sono luoghi di aggregazione. Se dovessero essere colpiti, l’impatto politico sarebbe molto rilevante, così come quello emotivo. Renderli completamente sicuri è difficile. Noi ci muoviamo tutti i giorni. Immaginate cosa significhi mettere i controlli che ci sono in aeroporto anche nelle stazioni. Si bloccherebbe tutto. Dunque dobbiamo procedere analizzando bene costi e benefici. Qual è la probabilità che si concretizzi un attacco in un punto nevralgico della mobilità? Quanto ci costa ridurre a zero il rischio incrementando i controlli, i quali però hanno comunque un alto impatto sulla mobilità? Quindi, bisogna fare sempre un bilanciamento puntuale - quasi farmacistico, direi - del costo-beneficio di ogni azione. Solo che per fare un bilanciamento servono delle informazioni. Quello che manca in questo momento sono proprio informazioni consistenti, nel senso che, come abbiamo già detto, il loro modus operandi è molto imprevedibile e pertanto le informazioni sono poche.

2) Lei ha detto che tutti questi attentati rimandano indirettamente a Daesh. Questo anche perché i terroristi tendono a giustificare il loro operato come una sorta di vendetta nei confronti della cosiddetta “guerra al terrorismo”. Ad esempio, la strage del 13 Novembre a Parigi pare che sia stata compiuta anche per “punire” gli attacchi della Francia in Iraq e Siria. Dopo l’ultimo attentato a Stoccolma, Akilov, il presunto autore della strage, ha ammesso di aver agito perché la Svezia supporta le operazioni militari in Medio Oriente. Perché lo fanno? La motivazione dei loro attacchi è da cercare anche negli scontri in Iraq e Siria?

Questa è una delle ipotesi ricorrenti. Certamente c’è anche questo aspetto da prendere in considerazione. Però non è il solo. Un’ipotesi di questo tipo avrebbe ovviamente molto più valore se ogni attacco venisse condotto effettivamente da Daesh. Allora potremmo dire: "ok, visto che noi stiamo subendo delle perdite sul campo, ci organizziamo per colpire all’origine”. Questa programmazione degli attentati, a mio avviso, non è tuttavia così "programmatica". Certamente rientra in una propaganda che si focalizza su certi Paesi e non su altri. Io tuttavia considero la scelta degli obiettivi da parte di Daesh legata a motivazioni utilitaristiche. Prendiamo ad esempio Stoccolma. Pensare che sia stata colpita perché sta bombardando l’Iraq e la Siria è difficile da prendere in considerazione. Stoccolma viene colpita perché là ci sono risorse per i terroristi. È una delle più grandi fucine di foreign fighters per Daesh. Ciò evidenzia dunque una radicamento ideologico estremamente forte, secondo solo al Belgio. Nei sobborghi delle grandi città svedesi c’è tutto tranne che l’integrazione tanto conclamata dalle autorità. E così anche per il Belgio e per la Francia. Quindi c’è sicuramente una forma di reattività dovuta a quello che accade in loco, ma non è una reattività guidata da un vertice. È piuttosto correlata a qualche “incazzatura” che si sviluppa all’interno di ambienti ideologicamente vicini a Daesh, ma non da esso direttamente manovrati.

3) Le informazioni che circolano riguardo al terrorismo non sempre sono corrette. Ad esempio, come ha già detto, la Svezia vorrebbe essere un modello, un paese che segue la via dell’integrazione, quando in realtà ha molti problemi di questo tipo. Tuttavia, sembra che i media stessi vogliano concentrarsi maggiormente sull’universo conosciuto del terrorismo - rischi per l’Europa, Stato Islamico e Al Qaeda - quando in realtà ci sarebbe molto altro da approfondire. Secondo lei, si può fare corretta informazione? Se sì, come?

L’informazione sul terrorismo è fondamentale. La conoscenza è un fattore assolutamente centrale nel mondo in cui viviamo. Credo che per il terrorismo sia importantissimo fare informazione. Innanzitutto perché l’informazione toglie l’incertezza, la quale a sua volta genera la paura. Informare, quindi, significa aumentare la consapevolezza e diminuire la paura. Ma aumentare la consapevolezza significa anche adottare standard di comportamento che ci possano rendere più sicuri. La sicurezza inizia anche dalla responsabilità individuale. Quindi l’informazione che produce consapevolezza è fondamentale. D’altra parte, è importante parlare di terrorismo per evitare di cadere nella trappola degli stereotipi alla quale lo stesso Daesh vorrebbe condurci. Non stiamo facendo guerre generalizzate, stiamo cercando di bastonare i terroristi, non gli altri. La questione è delicata. Come si deve fare corretta informazione? Domanda difficile. Il terrorismo è notiziabile, è notizia che deve essere comunicata. Io sono convinto che sarebbe più che opportuna una maggior consapevolezza da parte del circuito mediatico, dal momento che l’informazione in un contesto di hybrid warfare, ossia guerra ibrida, ha una valenza strategica. Anche i media fanno parte del conflitto diffuso che stiamo vivendo. In altre parole, dovrebbero dunque parlarsi di più, media e istituzioni. Non sono attori indipendenti nel conflitto ibrido.

4) Secondo lei, si dà troppa risonanza mediatica al terrorismo?

No. Magari si dà troppa rilevanza ai proclami di Daesh. Ma questa è una tendenza che sta cambiando, per fortuna. Si è fatto per troppo tempo da gran cassa alla propaganda altrui. Diciamo che è fondamentale che l’informazione sia sempre ragionata e analitica, che possa contestualizzare e spiegare gli eventi. Deve smuovere coscienze con la sua fermezza.

5) Spostandoci ora in Medio Oriente, lo Stato Islamico sta continuando a perdere terreno, sia in Iraq che in Siria. Quali potrebbero essere i possibili esiti? Pensa che il Califfato si sposterà altrove(ad esempio in Africa)?

Il terrorismo è diffuso ovunque. Se faccio riferimento solo a Daesh, esso è presente in trenta Stati con quasi cinquanta gruppi. Quindi che gemmi in diversi continenti è normale, anche con una serie di interconnessioni tra un gruppo e un altro. Il centro nevralgico del terrorismo è tutto da vedere. La catena di comando di Daesh è qualcosa a cui non crediamo. Daesh ha da sempre adottato la strategia stay and expanding, quindi un centro che dinamicamente si espande. Certamente, ci saranno più teste che comandano. Il comando militare, ad esempio, è presente in alcune zone della Siria e dell’Iraq (Mosul); tuttavia, i vertici economici e politici sono in altri Paesi. Non dimentichiamo che dietro il terrorismo ci sono sempre l’Arabia Saudita e il Qatar che lo stanno finanziando. Quindi è abbastanza difficile evidenziare l'origine del terrorismo, anche se la situazione nord-africana necessita di attenzioni particolari.

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