L’espansione ‘ndranghetista nel Nord Italia. Un’interpretazione topologica.

Daniele Genick

Approfittando della maggior attenzione delle istituzioni nell’elaborazione di efficaci misure di contrasto a Cosa Nostra, soprattutto dopo il biennio stragista ‘92-’93, la ‘ndrangheta ha progressivamente allargato la propria influenza nelle regioni centro-settentrionali italiane e in diversi stati esteri, dalla Germania al Sudamerica e dal Canada all’Australia.

Focalizzando la nostra attenzione sul contesto nazionale, nel presente elaborato analizzerò il contributo di un noto autore italiano, Rocco Sciarrone [1], per proporne una lettura in chiave topologica secondo le conclusioni del sociologo tedesco Kurt Lewin [2].

Per comprendere le dinamiche del fenomeno di specie, ritengo necessario innanzitutto analizzare brevemente la percezione della criminalità organizzata diffusa tra gli abitanti del Centro-Nord italiano. Analogamente a quanto registrato tra le popolazioni meridionali, in particolare quelle delle cosiddette “aree tradizionalmente mafiose”, si riscontra una certa predisposizione razionalizzante riguardo la presenza della criminalità organizzata. Minimizzare, se non addirittura negare, rappresenta tuttora la principale strategia adottata da una parte delle comunità settentrionali di fronte alla diffusione delle cosche calabresi. A questa se ne contrappone tuttavia una speculare, parossisticamente allarmistica, secondo cui ormai l’intero Centro-Nord sarebbe nelle mani delle mafie. Inutile dire che i due orientamenti di pensiero - e conseguentemente d’azione - costituiscono gli estremi di un ipotetico continuum analitico e che, proprio per il loro carattere “radicale”, risultano inadeguati per un’obiettiva interpretazione del fenomeno espansivo ‘ndranghetista.

Analogamente, sebbene secondo un’analisi trascendente le testimonianze delle singole persone, è possibile contrapporre la tesi della “non esportabilità” [3] a quella tipicamente organicistica del “contagio” [4].

Secondo la prima, le organizzazioni mafiose non sarebbero capaci di espandersi in nuovi territori a causa dell’influenza del proprio contesto originario: la storia l’ha smentita categoricamente.

La seconda, al contrario, considera la loro espansione alla stregua di un processo infettivo il cui agente patogeno - quindi esogeno - attacca un tessuto sano. Non considerando le caratteristiche di quest’ultimo, la metafora epidemiologica sottostante la tesi del contagio non considera l’esito del processo espansivo mafioso in chiave biunivoca. In altri termini, non tiene in dovuta considerazione le caratteristiche delle aree che invece agiscono come “terreni di coltura” permettendo al germe mafioso di attecchire.

È pertanto erroneo, a mio avviso, sostenere una tesi che non consideri la diffusione mafiosa - nella fattispecie ‘ndranghetista - come un fenomeno ascrivibile a una dinamica concorsuale fra soggetto attivo - l’organizzazione criminale - e contesto di espansione. Non dobbiamo quindi ridurre la nostra analisi a una visione mafio-centrica, per la quale un’organizzazione criminale si diffonde unidirezionalmente nei nuovi contesti, al netto delle loro caratteristiche. Il processo di espansione mafiosa non è quindi predeterminato, ma è il prodotto dei rapporti di interdipendenza fra il vecchio e il nuovo contesto, senza tralasciare le peculiarità dell’organizzazione criminale medesima.

Per un’analisi esauriente del fenomeno di specie, non possiamo quindi non adottare quell’approccio multidimensionale che Rocco Sciarrone ha utilizzato nella sua analisi e che, in questa sede, ho confrontato con il contributo di Kurt Lewin [5].

Prendendo spunto dal metodo topologico di quest’ultimo, possiamo adattarne l’equazione maggiormente rappresentativa - C=f(PxA) - al contributo di Sciarrone. Secondo lo psicologo tedesco il comportamento umano (C) è espressione del rapporto fra le caratteristiche della personalità del soggetto (P) e dell’ambiente (A) in cui è inserito.

Analogamente, il paradigma multifattoriale di Sciarrone considera il processo di espansione mafiosa (Em) come il prodotto fra fattori di agenzia (Fa) - in cui rientrano i comportamenti degli attori - e fattori di contesto (Fc), equiparabili all’ambiente lewiniano. Pertanto, Em=(Fa)x(Fc). Fra i primi, suddivisi dall’autore in intenzionali e non, rientrano la struttura organizzativa e le risorse dei gruppi criminali. Fra i secondi, è invece possibile distinguere tre dimensioni: socio-economica, culturale e politico-istituzionale [6].

Partendo da quest’ultimi, si evidenzia una notevole capacità adattativa dei gruppi mafiosi. Attratti sia da contesti economicamente dinamici, dove poter investire direttamente i propri capitali, sia da contesti meno sviluppati in cui inserirsi offrendo credito a imprenditori locali in difficoltà, le organizzazioni mafiose ripropongono nelle regioni settentrionali le medesime strategie adottate in quelle d’origine.

Sebbene attualmente presenti nella maggior parte dei settori produttivi, inizialmente scelgono quelli caratterizzati da basso livello tecnologico e preferibilmente legati a forme di regolazione pubblica, in modo da far valere le proprie capacità di mediazione con la pubblica amministrazione. In questo modo è possibile gettare le basi per la proliferazione di quella “borghesia mafiosa” [7] la quale, come al Sud, ne favorisce la diffusione e il radicamento territoriale.

Dal punto di vista culturale, contesti caratterizzati da uno scarso senso di legalità e dalla conseguente diffusione di fenomeni corruttivo-clientelari possono favorire l’espansione mafiosa. Piuttosto che legati da un nesso causale, i due fattori sopra citati rappresentano due facce della stessa medaglia [8]. Il secondo, in particolare, impedisce ai cittadini di considerare l’apparato pubblico capace di garantire il rispetto di quei codici di condotta necessari per il corretto svolgimento della vita politica ed economica del territorio. Inoltre, provoca quella distorta rappresentazione sociale del fenomeno mafioso alla base della scarsa reattività della società civile, la quale non si attiva per contrastarne adeguatamente la diffusione.

Pertanto, la percezione di una legalità scarsamente diffusa impedisce ai settori produttivi - o almeno a una parte di essi - di funzionare se non all’interno di quei circuiti burocratico-affaristici che rappresentano il substrato ideale per la proliferazione mafiosa. Tale status quo, al Sud come al Nord, non è tuttavia ascrivibile alla contaminazione del contesto da parte di un modus cogitandi atavicamente predeterminato o da quella carenza di civismo su cui diversi autori [9] hanno basato i propri contributi. Al contrario, è frutto di scelte marcatamente utilitaristiche o, per dirla con Weber, “razionali rispetto allo scopo”.

Evidenziando ancora una volta la scarsa spendibilità della “metafora del contagio”, la diffusione dell’etica mafiosa è quindi resa possibile da una certa predisposizione culturale del nuovo contesto. Dal punto di vista politico, la presenza di una classe dirigente incline a rendere opaco il funzionamento dell’apparato burocratico costituisce una condizione necessaria allo sviluppo di quell’area grigia orientata alla collusione con i gruppi mafiosi. Quest’ultimi, potendo contare sulla potenziale complicità della classe politica e sulla scarsa reattività del nuovo contesto, possono pertanto espandersi fino a esercitare quella “signoria territoriale” che ne rappresenta il definitivo radicamento.

Come precedentemente accennato, Sciarrone nel descrivere i fattori d’agenzia distingue fra intenzionali e non. Quest’ultimi comprendono tutte quelle condizioni oggettive che spingono i gruppi criminali a spostarsi sul territorio. Accanto alla sconfitta a seguito di uno scontro con un gruppo rivale e alla necessità di sfuggire all’azione repressiva delle autorità giudiziarie, l’invio al soggiorno obbligato rappresenta un fattore non intenzionale borderline. Sebbene sia una misura di prevenzione personale finalizzata alla tutela dell’ordine pubblico, le organizzazioni mafiose ne hanno spesso approfittato per creare dei capisaldi in aree lontane da quelle d’origine. Proprio come il cavallo di Troia, l’istituto di specie è stato utilizzato dai gruppi criminali per inserirsi in nuovi contesti e creare le condizioni per il successivo spostamento di altri affiliati e, conseguentemente, la creazione di nuove cellule mafiose. Tale strategia - una vera e propria contromossa rispetto all’azione dello Stato - è stata utilizzata soprattutto dalle famiglie ‘ndranghetiste per ricreare quel capitale sociale necessario per lo svolgimento delle proprie attività illecite e per il successivo radicamento territoriale. D’altra parte, la creazione della “Lombardia” nel 1984 - una sorta di camera di controllo a carattere federale e comprendente i vertici di tutte le locali della regione - costituisce la sublimazione della strategia espansionistica ‘ndranghetista [10].

La breve descrizione proposta ci consente quindi di utilizzare l’istituto del soggiorno obbligato come trait d’union con l’altra categoria di fattori d’agenzia: quelli intenzionali. L’espansione mafiosa può quindi essere funzionale al raggiungimento di obiettivi solo inizialmente economici, come il reinvestimento nei settori produttivi delle nuove realtà dei proventi di attività illecite. In queste aree, le quali costituiscono una valida alternativa per quei latitanti che altrimenti sarebbero individuati, è inoltre più facile percorrere il cursus honorum dell’organizzazione criminale. Attraverso un’accurata gestione di quelle attività che Anton Blok [11] inserisce nella categoria enterprise syndacate - sfruttamento della prostituzione, traffico di droga e usura - coloro che nelle regioni d’origine avrebbero ricoperto solo ruoli marginali possono infatti accrescere il proprio status criminale [12].  

Tuttavia, qualsiasi attività di espansione economica mafiosa non può prescindere da fattori di ordine socio-politico. La presenza di una struttura organizzativa, composta da compaesani e/o sodali precedentemente emigrati, è infatti una condizione necessaria alla creazione di vere e proprie “succursali” del crimine. Pur godendo di un discreto margine di autonomia operativa, queste mantengono stretti legami con le aree di provenienza dei loro componenti. Fra le varie organizzazioni mafiose operanti sul nostro territorio, è ancora una volta la ‘ndrangheta quella più attenta al controllo delle dinamiche delle rispettive locali. Buccinasco, la “Platì del Nord”, ne è un valido esempio. Lo spostamento di numerosi platioti fra gli anni ‘50 e ‘60 ha infatti progressivamente trasformato uno dei tanti comuni dell’hinterland milanese nel principale locale ‘ndranghetista lombardo [13].

Come anticipato, questo fattore non può tuttavia assurgere a conditio sine qua non per la costituzione di un nuovo insediamento mafioso. Sarebbe storicamente errato tentare di evidenziare nessi causali tra i due eventi. Solo in seguito allo spostamento di un numeroso gruppo di affiliati - agevolato in parte dall’istituto del soggiorno obbligato - possiamo considerare completo il substrato delle condizioni predisponenti la formazione di una nuova succursale mafiosa. A tal proposito, dobbiamo considerare che la maggior parte degli emigrati meridionali non costituiva altro che manodopera scarsamente specializzata da impiegare nei settori all’epoca in forte espansione, come quello dell’edilizia. Poco dopo il loro arrivo, i mafiosi si imposero come mediatori fra gli imprenditori locali e gli emigrati: entrambi, per ragioni essenzialmente utilitaristiche e per timore di eventuali ripercussioni, ne legittimarono il ruolo - e quindi il potere - contribuendo al loro progressivo radicamento nel contesto locale. Se infatti da una parte gli imprenditori ottennero notevoli vantaggi nel delegare agli affiliati la ricerca di manodopera a basso costo, dall’altra gli emigrati identificarono in loro l’unica reale soluzione per migliorare le proprie condizioni economiche.

In altri termini, senza il consenso riscosso da ambo le parti, il processo di espansione mafiosa avrebbe difficilmente raggiunto i livelli che attualmente lo caratterizzano. Infine, riprendendo in considerazione l’equazione lewiniana proposta nell’introduzione del presente elaborato e applicata a livello macro-sociologico, possiamo confermarne la validità per descrivere il fenomeno di specie.

Pertanto, l’espansione mafiosa (Em) è interpretabile come un fenomeno sociale espressione della combinazione delle azioni poste in essere dall’insieme degli attori coinvolti e delle variabili ambientali. Fra le prime rientrano quelle degli affiliati. Tra le seconde, tutte quelle dinamiche che ne hanno permesso il radicamento nelle nuove aree, in primis la legittimazione sociale del loro ruolo di mediatori.

(Em) è quindi espressione del prodotto fra i fattori di contesto (Fc) e quelli d’agenzia (Fa), equivalenti rispettivamente alla variabile ambientale (A) e a quella umana (P) dell’equazione lewiniana.

Concludendo, seppur ideata per descrivere il comportamento umano a livello micro-relazionale, la logica sottostante all’equazione di Lewin è utilizzabile anche nel contesto “macro” per descrivere la multifattorialità di un fenomeno sociale. Nella fattispecie, l’espansione mafiosa nelle cosiddette aree non tradizionali.


  1. Sciarrone, R., 2014, Mafie del Nord. Strategie criminali e contesti locali, Donzelli, Roma.
  2. Lewin, K., 1951, Field theory of social science. Selected theoretical papers, Harper & Brothers, New York.
  3. Gambetta, D., 1992, La mafia siciliana. Un’industria della protezione privata, Einaudi, Torino.
  4. Pignatone G., Prestipino M., 2012, Il contagio. Come la ‘ndrangheta ha infettato l’Italia, Laterza, Bari.
  5. Lewin, op.cit., pp. 63-71.
  6. Sciarrone, op.cit., pp. 12-15.
  7. Santino, U., 2013, La mafia come soggetto politico, Di Girolamo, Trapani.
  8. La Spina, A., 2005, Mafia, legalità debole e sviluppo del mezzogiorno, Il Mulino, Bologna.
  9. Oltre ai contributi degli esponenti della Scuola Positiva, si vedano ad esempio quelli di Mosca e Hess.
  10. http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/06/28/ndragheta-in-lombardia-operazione-infinito-in-appello-confermate-le-condanne/1043389/.
  11. Blok, A., 1974, The Mafia of a Sicilian Village, 1860-1960: A Study of Violent Peasant Entrepreneurs. Harper & Row, New York.
  12. Sciarrone, op. cit., p.23.
  13. Dalla Chiesa N., Panzarasa M., 2012, Buccinasco. La ‘ndrangheta al Nord, Einaudi, Torino.
Bibliografia
  • Blok, A., 1974, The Mafia of a Sicilian Village, 1860-1960: A Study of Violent Peasant Entrepreneurs. Harper & Row, New York.
  • Dalla Chiesa N., Panzarasa M., 2012, Buccinasco. La ‘ndrangheta al Nord, Einaudi, Torino.
  • Gambetta, D., 1992, La mafia siciliana. Un’industria della protezione privata, Einaudi, Torino.
  • La Spina, A., 2005, Mafia, legalità debole e sviluppo del mezzogiorno, Il Mulino, Bologna.
  • Lewin, K., 1951, Field theory of social science. Selected theoretical papers, Harper & Brothers, New York.
  • Pignatone G., Prestipino M., 2012, Il contagio. Come la ‘ndrangheta ha infettato l’Italia, Laterza, Bari.
  • Santino, U., 2013, La mafia come soggetto politico, Di Girolamo, Trapani.
  • Sciarrone, R., 2014, Mafie del Nord. Strategie criminali e contesti locali, Donzelli, Roma.
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