Daniele Genick

La diade potere-profitto costituisce il fine ultimo di ogni organizzazione mafiosa, il cui conseguimento rappresenta la massima espressione della sua “soggettività politica” [1]. Quest’ultima, a sua volta, si esprime nell’attuazione di un metodo, simbolo della sedimentazione di quell’insieme di principi, norme e procedure utilizzati dalle mafie per raggiungere i propri obiettivi. In ambito economico la strategia compartecipativa - la cui analisi è proposta nel presente elaborato - ne costituisce una delle possibili espressioni.

L’impresa a partecipazione mafiosa è il risultato della creazione di una joint venture tra un’attività economica legale e quella riconducibile a un affiliato il quale, per penetrare in maniera più efficace in un determinato settore produttivo, pone in essere dinamiche interattive non violente - almeno nell’immediato - privilegiando rapporti di cointeressenza. Unendo i propri capitali a quelli del futuro socio per la costituzione di una nuova impresa, il mafioso persegue principalmente due obiettivi. Da una parte crea un nuovo strumento per il riciclaggio e il reinvestimento [2] delle ricchezze illecitamente accumulate. Dall’altra, sfruttando la reputazione e il capitale sociale del futuro partner, incrementa il proprio background relazionale per raggiungere i vertici del settore in cui ha intenzione di entrare.

Non dobbiamo dimenticare, infatti, che il primo obiettivo di ogni organizzazione mafiosa è il controllo politico di un determinato territorio: la scalata di un suo settore produttivo costituisce pertanto una “azione razionale rispetto allo scopo”.

La diffusione di questa nuova configurazione imprenditoriale è riconducibile a diversi fattori, in primis di natura legislativa. Solo in seguito all’introduzione di innovative misure di contrasto nei primi anni ‘90 si è cominciato a colmare quel vacuum normativo che non permetteva di stilare una spendibile classificazione delle tipologie imprenditoriali originate dalla compenetrazione tra capitale mafioso e non. Secondo Fantò [3], tuttavia, già nell’articolo 1 della legge “Rognoni-La Torre” del 1982 - in cui si prevede una sanzione penale per tutte quelle attività controllate, direttamente o meno, dalla mafia - può essere fatta rientrare la strategia compartecipativa.

Non possiamo inoltre ignorare la disattenzione del mondo accademico nel focalizzare, almeno fino agli inizi del XXI secolo, le proprie ricerche sulle caratteristiche delle imprese mafiose tradizionali - in cui l’affiliato, seppur tramite le cosiddette “teste di legno”, era l’unico titolare - le quali, fra l’altro, già agli inizi degli anni ‘80 non erano presenti che in forma residuale.

Una conferma di ciò è fornita dalle dichiarazioni di alcuni industriali siciliani in seguito all’omicidio di Libero Grassi nel 1991 a Palermo. Sentite in qualità di “persone informate sui fatti” gli imprenditori sapevano che la mafia, riducendo - senza mai eliminarla - la riscossione del pizzo, aveva sublimato la pratica estorsiva nella creazione di joint venture con soggetti economici locali assicurando loro, con una mano tesa e l’altra sul calcio della pistola [4], notevoli interessi.

Alle medesime conclusioni era giunto anche Giovanni Falcone il quale, individuato nel fenomeno di specie un ulteriore strumento di riciclaggio dei capitali illeciti, in una relazione a Città del Messico aveva dichiarato che la tradizionale modalità estorsiva era ormai largamente sostituita dall’ingresso dei mafiosi, in qualità di soci occulti [5], in imprese legali.

Tuttavia, il più importante fattore che ha inciso sul ritardo nell’elaborazione di incisive misure di contrasto al fenomeno compartecipativo è rappresentato dalla pressoché totale assenza di collaborazione degli imprenditori coinvolti o, almeno, sospettati di esserlo. Tale resistenza dichiaratamente omertosa è risultata essere in relazione, secondo gli inquirenti, non tanto con la natura essenzialmente estorsiva del rapporto instaurato con i mafiosi, quanto con la mera volontà di tutelare i propri interessi.

Non a caso, il termine utilizzato per indicare il fenomeno di specie - compartecipazione - presuppone l’incontro fra due parti. Se tuttavia da una parte non si dubita della assoluta volontarietà del mafioso, il quale agisce esclusivamente in maniera utilitaristica per accrescere profitto e potere, dall’altra dobbiamo considerare la scelta dell’imprenditore non completamente arbitraria. Oltre che dalle potenziali ritorsioni a cui si esporrebbe in caso di rifiuto, la disponibilità di capitali che il mafioso gli prospetta - e con cui potrebbe incrementare gli affari della propria attività - può influenzare il suo calcolo costi-benefici e renderlo volontariamente partecipe alla strategia del futuro socio. Pertanto, la compartecipazione costituisce la sintesi migliore tra gli interessi del mafioso e quelli dell’imprenditore. Almeno inizialmente.

Prima ancora che economica, si configura - almeno per il primo - come una valida soluzione politica alle dinamiche conflittuali che possono contrapporre le parti in un contesto caratterizzato dall’egemonia del clan a cui appartiene. Grazie alla creazione di una nuova società, infatti, il mafioso si integra nel settore produttivo locale per controllarne - e successivamente monopolizzarne - le dinamiche, contribuendo al rafforzamento di quello che Anton Blok definisce “power syndacate” [6].

L’imprenditore, al contrario, se grazie all’influenza del socio vede incrementare nel breve periodo i profitti, successivamente si troverà a essere la parte dipendente di un rapporto solo formalmente cooperativo ed egemonizzato dal reale proprietario dell’azienda, ossia il mafioso. Quest’ultimo si comporterà quindi alla stregua di un vero e proprio deus ex machina, strumentalizzando il socio che in breve tempo vedrà diminuire il suo potere decisionale, per essere infine completamente marginalizzato.

Pur facendo parte del proprio modus operandi, il mafioso non ricorre che eccezionalmente alla violenza la quale, paradossalmente, sarebbe controproducente, preferendo attingere alle risorse economiche dell’organizzazione e al relativo capitale sociale. Il principale scopo della strategia compartecipativa non è infatti l’acquisizione dell’impresa, la quale costituisce tuttavia uno step necessario al raggiungimento degli obiettivi dell’organizzazione.

Fino a quando viene mantenuta operativa, l’azienda costituisce principalmente un ulteriore strumento per il riciclaggio di denaro, ma quando il mafioso ne decide il fallimento sarà razziata dei macchinari e degli altri strumenti da lavoro, i quali saranno riutilizzati altrove oppure rivenduti.

In questo modo l’organizzazione, impossessandosi dei beni altrui, crea le condizioni per l’apertura di altre attività - prevalentemente in compartecipazione - così da fornire lavoro a chi, attraverso dinamiche tipicamente clientelari, preferisce rivolgersi alla mafia piuttosto che unirsi a coloro che quotidianamente si recano ai centri pubblici di collocamento. Lavoro, quindi profitto, in cambio di consenso sociale: dunque potere. Ecco il motivo per cui ogni azione delle organizzazioni mafiose non può che essere interpretata in chiave politica.

Ritengo a questo punto necessario analizzare la strategia compartecipativa in funzione dei due principali tipi di società attraverso cui si realizza: di persone e di capitali.

Le prime, sebbene prive di personalità giuridica, sono caratterizzate dalla prevalenza dell’elemento soggettivo su quello meramente monetario [7].

Dotate di autonomia patrimoniale imperfetta, l’eventuale debito contratto da un componente non ricade direttamente sul capitale societario, ma unicamente sulla sua quota di partecipazione. La penetrazione mafiosa avviene quando un affiliato, tramite un prestanome o la costituzione di una società di fatto con il titolare, immette denaro nel capitale societario. Quest’ultimo, su “richiesta” del mafioso, comincia a essere remunerato [8] periodicamente secondo modalità prestabilite e a prescindere dalle dinamiche di mercato.

In altri termini, si realizza una solo apparentemente più sofisticata forma di estorsione: l’affiliato obbliga infatti il titolare alla ridistribuzione degli utili ai soci, ossia di quelle somme che normalmente spetterebbero loro come contropartita dei rischi connessi all’investimento dei propri soldi nella società. Se tuttavia l’entità di questi dividendi dipende dalle dinamiche societarie, quelli del mafioso sono fissi e totalmente indipendenti dalla produttività dell’impresa.

È pertanto tramite questo subdolo escamotage che l’iniziale società di persone diventa una partecipata mafiosa, completamente funzionale alle logiche dell’organizzazione che ne diventerà l’unico titolare.

Nelle società di capitali è invece l’elemento monetario a prevalere su quello soggettivo. Fra queste, sono quelle “a responsabilità limitata” [9] a essere maggiormente utilizzate dalla mafia nella strategia compartecipativa.

Dotata di autonomia patrimoniale perfetta, il capitale di queste società non può superare i diecimila euro. È rappresentato dalla somma delle quote che i soci vi investono e ne rappresentano l’influenza che possono esercitare in sede decisionale. Pertanto, in caso di fallimento il tribunale, avviando le procedure di liquidazione, provvederà alla monetizzazione solamente del capitale sociale, senza intaccare i patrimoni dei singoli soci.

Dopo aver saldato tutti i debiti, attraverso un apposito piano di ripartizione, gli utili eventualmente maturati verranno suddivisi in base all’entità delle singole quote investite, le quali possono essere reimpiegate per avviare altre attività.

Il vantaggio del mafioso sta nel fatto che prima di far fallire l’azienda - il suo principale obiettivo - estromette i soci, spesso con tanto di “ricompensa” per comprarne la tacita collaborazione, in modo da figurare come l’unico titolare. D’altra parte, accortisi del tipo di persona con cui hanno a che fare, questi rinunciano consensualmente alle proprie quote, anche senza alcuna contropartita.

Pertanto, al termine della procedura liquidatoria, oltre all’intero capitale sociale al mafioso vengono conferiti tutti i beni aziendali rimasti, come ad esempio macchinari e strumenti da lavoro. Con questi potrà riaprire una nuova attività - tramite un prestanome, ovviamente - per offrire, secondo le dinamiche clientelari precedentemente descritte, lavoro, quindi profitto, in cambio di consenso sociale: dunque potere.

Gli elementi che costituiscono il fine ultimo di ogni organizzazione mafiosa.


  1. Santino, U., 2013, La mafia come soggetto politico, Di Girolamo, Trapani.
  2. Contrariamente a quanto si possa pensare, il cosiddetto “riciclaggio” del denaro sporco si realizza in due momenti diversi, disciplinati dal Codice Penale Italiano tramite altrettanti articoli. Le operazioni di riciclaggio propriamente detto - art. 648 bis - costituiscono un “reato-mezzo” necessario per la realizzazione di quelle di reinvestimento - art. 648 ter - che invece configurano un “reato-fine”.
  3. Fantò, E., 1999, L’impresa a partecipazione mafiosa. Economia legale e economia criminale, Dedalo, Bari.
  4. Corsivo autore.
  5. Ivi, p.99.
  6. Blok, A., 1980, The mafia of a sicilian village, 1860-1960. A study of violent peasant Entrepreneurs, Harper & Row, New York. Potendosi considerare alla stregua di indicatori della presenza mafiosa in un dato territorio, l’espressione power syndacate definisce l’insieme di delitti - come omicidi ed estorsioni - posti in essere per assicurarsi il controllo del territorio, mentre con enterprise syndacate si intendono tutte le attività illecite - sfruttamento della prostituzione, traffico di stupefacenti e usura, per esempio - che l’organizzazione mafiosa vi gestisce.
  7. Cfr.: aa. 2251 e seguenti del Codice Civile Italiano.
  8. La remunerazione del capitale rappresenta quella procedura attraverso la quale si calcolano gli utili societari che vengono distribuiti fra i soci.
  9. Cfr.: articolo 2462 del Codice Civile Italiano.
Bibliografia
  • AA. VV., 2013, Codice Penale e leggi complementari, Edizioni Giuridiche Simone, Napoli.
  • Basacchi A., 2013, Codice Civile. Il nuovo Codice Civile aggiornato, Kollesis editrice, Roma.
  • Blok, A., 1980, The mafia of a sicilian village, 1860-1960. A study of violent peasant Entrepreneurs, Harper & Row, New York.
  • Fantò, E., 1999, L’impresa a partecipazione mafiosa. Economia legale e economia criminale, Dedalo, Bari.
  • Santino, U., 2013, La mafia come soggetto politico, Di Girolamo, Trapani.
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