Daniele Genick

Nel presente articolo si evidenzia il ruolo della donna all’interno delle famiglie mafiose. Nonostante i limiti che la loro organizzazione paternalistica le impone, la sua funzione è fondamentale non tanto per garantire - in casi particolari - il buon andamento dei principali traffici illeciti in cui la famiglia è inserita. La donna è, infatti, il principale garante della trasmissione intergenerazionale del capitale cultural-valoriale mafioso attraverso una mirata azione di socializzazione dei figli, i futuri soldati del clan di appartenenza.  

Educati secondo arcaiche, ma ben definite, regole la cui inosservanza è punita con la morte, gli affiliati alle famiglie mafiose sono principalmente di genere maschile. La donna infatti, secondo una concezione paternalistica e premoderna, è relegata in ambito domestico, occupandosi della cura e dell'educazione dei figli attraverso la trasmissione del codice culturale mafioso. Pertanto, come vedremo successivamente, la criminalità organizzata da una parte ha utilizzato le donne in situazioni - come periodi di latitanza o di reclusione dei mariti o di altri parenti - in cui era sorta la necessità di delegare ad altri determinate funzioni normalmente svolte dagli uomini, come ad esempio il traffico di stupefacenti e il riciclaggio di denaro illecito. Dall'altra non ha tuttavia riconosciuto il loro coinvolgimento tanto sul piano formale quanto su quello dei rapporti di genere, come dimostrato dalla persistenza di violenze marcatamente sessiste all'interno delle varie famiglie mafiose [1].

La figura materna ha un ruolo centrale nel processo educativo dei figli i quali, attraverso ben definiti processi di socializzazione primaria, sono destinati a interiorizzare l'insieme di quei valori su cui si basa l'agire mafioso: omertà, vendetta, disprezzo per le pubbliche autorità e superiorità del genere maschile. Espressione della subordinazione all'autorità maschile, la trasmissione di quest'ultimo elemento ricopre un ruolo centrale ai fini della stabilità del sodalizio criminale. Paradossalmente, tuttavia, sono proprio le donne, rispettate in quanto madri e generatrici di figli, ad assumere le funzioni di una sorta di Demiurgo, tramandando il capitale culturale dell'organizzazione così da forgiarne le nuove leve.

Un'altra importante funzione affidata alle donne consiste nel valorizzare il ricorso alla vendetta, uno dei principi cardine di ogni consorteria mafiosa, unitamente a quelli di onore e vergogna. Quest’ultima è tipica di quei nuclei familiari all'interno dei quali si registrano episodi di collaborazione con le autorità giudiziarie o di mancata ritorsione per un torto subito, come l'assassinio di un congiunto. Pertanto, la vergogna contribuisce ad amplificare quella “memoria di vendetta” di cui la donna è la principale depositaria. Pur a distanza di molti anni, sarà infatti quest’ultima a coordinare le azioni dei familiari per punire l'offesa arrecata all'onore della famiglia da parte di gruppi rivali o da rappresentanti delle istituzioni. Si tratta quindi di una funzione riscontrabile soprattutto “in tempi di faida”, come dimostrato dalle indagini della magistratura nell’ambito dell’operazione “Artemisia”, con la quale nel 2009 si è interrotta una catena di omicidi iniziata nel 2006 a Seminara, nella Piana di Gioia Tauro (RC).

Dall'analisi dei fascicoli giudiziari emerge il significativo ruolo che le donne dei due principali schieramenti contrapposti - i Gioffré e i Caia-Laganà - hanno svolto nel procrastinare il più possibile il conflitto, riconducibile secondo gli inquirenti a quella faida che agli inizi degli anni '70 ha visto protagoniste la stessa famiglia Gioffré, allora alleata con i Santaiti, e la 'ndrina Pellegrini. A tal proposito, l’analisi delle intercettazioni telefoniche dimostra che le donne, tutt'altro che intimorite, cercano di convincere le rispettive famiglie ad aumentare la potenza di fuoco in vista di un imminente attacco contro gli avversari. La moglie di uno dei maggiori esponenti della famiglia Gioffré, poco dopo l'attentato subito dal marito, contatta la figlia da tempo residente al Nord Italia obbligandola al ritorno [2]. In un'altra conversazione intercettata, protesta invece contro i familiari i quali, favorevoli a una ricomposizione pacifica della contesa.

Tuttavia i numerosi casi di cronaca hanno smentito le convinzioni di molti autori circa il ruolo esclusivamente pedagogico della donna all'interno della criminalità organizzata. Quando i mariti si trovano in carcere - una tappa messa in conto da parte degli affiliati soprattutto ai fini dell'accrescimento del proprio prestigio - sono infatti le mogli, spesso aiutate dai parenti, ad assumere il controllo degli affari di famiglia. La mancata affiliazione non ha infatti precluso loro un'effettiva partecipazione alle attività dell'organizzazione. Il ruolo criminale delle donne si è infatti progressivamente ampliato proporzionalmente alle esigenze di adattamento ai nuovi mercati illeciti. Tra questi, il narcotraffico, le attività economico-finanziarie e la gestione del potere all'interno della famiglia.

Nel primo agiscono soprattutto come spacciatrici e corrieri, potendo occultare ingenti quantità di stupefacenti tramite la simulazione di gravidanze e, pertanto, sfuggendo con più facilità ai controlli della polizia. È questo il caso di Maria Serraino [3], moglie di un affiliato alla famiglia 'ndranghetista Di Giovine, arrestata per aver organizzato un fiorente traffico di stupefacenti nella zona nord-occidentale di Milano.

Nel secondo le donne vengono impiegate come prestanome per amministrare tutte quelle società che riciclano in settori produttivi - come l'edilizia, i trasporti e la grande distribuzione - i proventi di tutte le attività illecite [4]. Sebbene molto spesso più affidabili e competenti della controparte maschile, l’adempimento dei loro incarichi è unicamente funzionale agli interessi dell'organizzazione. Le donne quindi non ne ricavano particolari vantaggi, altrimenti tramite la conquista dell'indipendenza economica potrebbero marginalizzare addirittura gli uomini, il cui onore verrebbe così screditato.

Infine, possono ricoprire ruoli più direttamente correlati alla gestione del potere mafioso, soprattutto quando la figura maschile è detenuta o si è data alla latitanza. Per conto dei membri del clan trasportano le cosiddette “ambasciate”, attraverso cui gli uomini possono supervisionare l'esercizio del potere temporaneamente delegato ad altri affiliati o, in certi casi, alle donne stesse.

Per avere un riscontro empirico di quanto descritto e analizzare in maniera più dettagliata le caratteristiche della divisione del lavoro all'interno di una consorteria mafiosa in funzione del genere, ritengo utile esaminare brevemente la vicenda di Cinzia Lipari. Avvocato palermitano, il suo coinvolgimento nella gestione degli affari di Cosa Nostra risale al 1984, per poi intensificarsi negli anni '90 a seguito dell'arresto del padre Pino, ex geometra dell'ANAS e stretto collaboratore di Bernardo Provenzano. Secondo i magistrati siciliani, la donna si sarebbe occupata dell'amministrazione dei beni e delle attività riconducibili al boss corleonese [5]. Per gli appartenenti al mondo legale in affari con la mafia - la cosiddetta “zona grigia” - era infatti molto più conveniente avere a che fare con un soggetto incensurato che con il padre Pino, condannato in contumacia ai sensi del 416 bis c.p.

Tale versione dei fatti fu ribadita anche dal collaboratore di giustizia Angelo Siino, un tempo considerato il ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra prima di essere deposto da Salvatore Riina. Egli affermò inoltre che l’avvocato, grazie alla propria professione, favoriva le comunicazioni fra i detenuti e gli affiliati in stato di libertà, contribuendo alla gestione delle attività illecite dell'intera organizzazione. Poco dopo il suo arresto tuttavia, dalle dichiarazioni rese in sede d'interrogatorio, emersero ancora una volta i tratti della reale condizione femminile all'interno dell'associazione mafiosa, in precario equilibrio tra subordinazione e complicità.

Concludendo, possiamo affermare che è erroneo parlare di emancipazione femminile all'interno di un contesto fondato sul patriarcato come quello della criminalità organizzata. Il coinvolgimento della donna nelle relative dinamiche non è altro che temporaneo e totalmente rispondente a logiche utilitaristiche.

La sua morte violenta, tuttavia, può essere correlata alle tante faide che si sono verificate nel corso degli anni, quando non alle vessazioni subite all’interno delle mura domestiche dove è solitamente confinata.


  1. Secondo la collaboratrice di giustizia Giusy Vitale la donna non poteva essere “combinata” come appartenente a Cosa Nostra. Antonio Zagari, uno dei pochi pentiti della 'ndrangheta, ha ribadito che le donne non possono essere affiliate all'organizzazione, aggiungendo inoltre che per alcune è prevista la carica formale di “sorella d'omertà”. Analogamente nel 1993 Rita Di Giovine, ex appartenente alla nota famiglia calabrese, ne ha confermato la subordinazione all'interno della consorteria ‘ndranghetista. Tuttavia, sono state ritrovate, nei fascicoli di alcuni processi istruiti verso la fine del XIX secolo dalle Procure calabresi del Regno d'Italia, prove dell'avvenuta affiliazione di donne. 
  2. “Vedi che questa è l'ultima volta che ti dico, vedi che questa mattina siamo partiti per lavorare e hanno sparato al papà […], ora i tuoi fratelli sono tutti in giro, se volete venire venite, altrimenti fate conto che non avete più a nessuno […], senza mangiare o bere”. Ingrascì, O., Le donne in Cosa Nostra e nella ‘ndrangheta, in Ciconte et al. (a cura di), 2013, Atlante della mafia. Storia, economia, società, cultura, Rubbettino, Catanzaro, p. 419.
  3. Nunzia Graviano, sorella dei fratelli Giuseppe e Filippo arrestati nel 1994, ha rappresentato secondo i magistrati il principale punto di riferimento per la gestione e l'investimento del patrimonio familiare. In qualità di contabile del proprio clan recuperava e distribuiva il denaro fra gli affiliati, curava personalmente il portafoglio azionario dei fratelli distribuito fra diverse banche e contenente azioni Mediaset, Mondadori, Eni e Fiat.
  4. Ciconte et al., op. cit., pp. 423-425.
Bibliografia
  • Abbate, L., 2013, Fimmine ribelli. Come le donne salveranno il paese dalla ‘ndrangheta, Rizzoli, Milano.

  • Ingrascì, O., Le donne in Cosa Nostra e nella ‘ndrangheta, in Ciconte et al. (a cura di), 2013, Atlante della mafia. Storia, economia, società, cultura, Rubbettino, Catanzaro.

  • Madeo, L., 1997, Donne di mafia. Vittime, complici, protagoniste, Baldini & Castoldi, Milano.

  • Mareso, M., Pepino, L. (a cura di), 2013, Dizionario enciclopedico di mafia e antimafia, Gruppo Abele, Torino.

  • Siebert, R., 1994, Le donne, la mafia, Il Saggiatore, Milano.

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