Daniele Genick

Nonostante l'evoluzione della società e l'affinamento delle dinamiche interpersonali che l'hanno sempre caratterizzata, l'omicidio e il suicidio rappresentano due fenomeni che si verificano “democraticamente” all’interno dell’intero corpo sociale. Ripercorrendo brevemente le tappe che hanno condotto alla loro moderna analisi statistica, proponiamo i contributi relativo all’omicidio di Quételet e Guerry e quello inerente il suicidio di Durkheim.

È impossibile tracciare un profilo universalmente spendibile dell'omicida, così come è tutt'altro che semplice tentare di predire il trend di quello che le varie normative annoverano come reato penalmente punibile. Non possiamo tuttavia non considerare i tentativi compiuti dai cosiddetti “statistici morali” del XIX secolo, Adolphe Quételet e André Michel Guerry, considerati i pionieri di quella corrente deterministica che influenzò numerosi sociologi come Emile Durkheim, nonché i maggiori rappresentanti del Positivismo, in primis Comte e Lombroso.

Presentando i risultati delle proprie ricerche all'Accademia Reale di Bruxelles nel 1828 Quételet (1796-1874), astronomo e matematico belga, riportando alcune tendenze sistematiche della criminalità evidenziate durante il suo studio sui casi di omicidio in Francia precisò:

Possiamo dire in anticipo quanti individui si macchieranno le mani con il sangue dei loro simili, quanti saranno i truffatori, quanti gli avvelenatori; lo possiamo predire quasi come possiamo preconizzare le nascite e le morti che avranno luogo [1].

Riscontrando quindi una relativa regolarità nelle statistiche criminali, Quételet riuscì a mettere in relazione i vari crimini con variabili quali il sesso, l'età, la razza, le condizioni economiche, il livello d'istruzione e la professione. I comportamenti umani, secondo lo studioso belga, erano necessariamente influenzati da fattori esterni, da meccanismi non individuali ma sociali.

In quest'ottica il libero arbitrio non poteva che essere considerato come un fattore sì necessario, ma non sufficiente per giustificare i tassi di criminalità riscontrati, marginalizzando quindi le teorie utilitaristiche di matrice illuministica riprese successivamente da altri autori, come la Rational Choice Perspective [2] di Cornish e Clarke. Non c'era dunque spazio per il Rational Offender il quale, libero e non condizionato da fattori esterni, rappresentava l'essenza dell'homo oeconomicus, le cui azioni erano calcolate in base a un'attenta valutazione utilitaristica.

Quételet non si accontentò di limitare i suoi studi alla realtà francese. Analizzando il delitto come fenomeno di massa, si propose di spiegarlo secondo formulazioni di più ampia portata: la legge della “costanza del crimine” ne è un valido esempio. Affermando che era possibile prevedere con un discreto margine di sicurezza il numero dei crimini avvenuti in un dato anno a partire dai dati di quello precedente, Quételet sosteneva che

in tutto ciò che si riferisce ai delitti, i numeri stessi si riproducono con tale perseveranza che sarebbe impossibile disconoscerla […]. La costanza con la quale si riproducono nel medesimo ordine e in simili quantità è uno dei più singolari fatti che le statistiche dei tribunali ci insegnano […]. La società racchiude in sé i germi di tutti i delitti che verranno commessi: il reo non è che lo strumento per compierli [2]. 

Anticipando di qualche decennio l'antiumanesimo di Luhmann, secondo la cui impostazione desoggettivizzante l'individuo appartiene all'ambiente dell'autopoietico, nonché autoreferenziale, sistema sociale [4], Quételet attribuiva la regolarità del numero dei delitti al fatto che il singolo agisse sotto l'influenza di cause a lui esterne [5]. Indicò pertanto con l'espressione “tendenza al crimine” la maggiore o minore probabilità di commettere un delitto in determinate circostanze.

Fondamentalmente invariabile nel tempo, essa avrebbe reso il reato un elemento inevitabile della nascente società industriale, un evento la cui “normalità” sarebbe stata correlata al rispetto delle statistiche precedentemente elaborate, pena la sua trasformazione in elemento “patologico” [6].

Se allora l'ambiente sociale rappresentava il brodo di coltura della criminalità [7], la giustizia penale, considerata da Quételet il prezzo inevitabile da pagare per il progresso dell'umanità, doveva essere finalizzata alla prevenzione e all'assistenza, entrambe fondate sull'istruzione e sull'educazione al fine di migliorare le condizioni di vita delle persone, anticipando di mezzo secolo i contributi della Scuola di Chicago.

Analizzando la sua ampia produzione, è inoltre possibile individuare alcune delle principali correlazioni - declinate in chiave strettamente deterministica - fra il delitto e le variabili considerate dagli autori contemporanei.

Accanto a elementi quali il clima e le stagioni - contraddicendo in parte la propria visione desoggettivizzante - lo studioso belga prese in considerazione alcuni elementi tipicamente soggettivi quali il sesso, l'età e lo “stato intellettuale”. Partendo dai dati ufficiali raccolti durante i suoi studi, Quételet giunse a dimostrare che

la causa più influente sulla diminuzione della repressione consiste nel presentarsi innanzi ai giudici con i vantaggi di un'istruzione superiore, correlata a una certa agiatezza e a facili mezzi di difesa. Onde porsi nella condizione più vantaggiosa, bisognerebbe avere trent'anni, essere donna, possedere un'istruzione superiore, essere accusati di delitti contro le persone e presentarsi dopo un periodo di contumacia [8].

Ad analoghe conclusioni pervenne, all'incirca nello stesso periodo, André Michel Guerry (1802-1866), avvocato francese che come Quételet fece ampio ricorso alle statistiche sociali per giustificare le proprie conclusioni:

dato un piccolo numero di dati si può spesso dedurre da essi la maggior parte degli altri con una certezza non inferiore a quella che si può avere per quanto riguarda i fenomeni fisici, la direzione media dei venti o i mutamenti annuali della temperatura [9].

In funzione di questo spiccato induttivismo logico, risulta evidente, come d'altra parte già evidenziato da Quételet, la scarsa considerazione da parte dello studioso francese del libero arbitrio il quale, ricompreso in maniera molto serrata nei fenomeni sociali oggetto di studio, non può che giocare soltanto un ruolo marginale, dimostrando pertanto la perfetta indipendenza della scelta umana dal dato empirico.

Infine, non possiamo non citare lo studio pubblicato da Emile Durkheim (1858-1917) sul suicidio, pubblicato nel 1897 con il titolo “Le suicide: étude de sociologie” [10].

L'autore, pur partendo da rilevazioni effettuate dagli “statistici morali” precedentemente citati, tenta d'individuare delle tipologie di suicidio correlabili a variabili sociali.

Secondo Durkheim, infatti, partendo dall'incidenza del fenomeno in esame è possibile risalire al livello d'integrazione del gruppo sociale corrispondente, individuando inoltre tre variabili determinanti altrettante tipologie di morte volontaria.

In funzione di quella religiosa, secondo l'autore il protestantesimo - intrinsecamente individualistico e diffuso soprattutto nei paesi del Nord Europa - sarebbe associato al suicidio “egoistico”, poiché cause di ordine personale basate sulla libera scelta in materia di vita o di morte prenderebbero il sopravvento sulla seconda variabile considerata - ovvero il gradiente comunitario - associata al suicidio “altruistico”. Infine, la variabile economica, correlata a importanti mutamenti sociali, ad esempio una guerra o un repentino incremento del benessere collettivo, determinerebbe il suicidio “anomico”.

Estendendo le sue ricerche ai fenomeni delittuosi [11], Durkheim li analizza proprio tramite il concetto di anomia [12]. Lo studioso evidenzia infatti che la progressiva divisione del lavoro tipica della fine del XIX secolo implica un deterioramento in senso conflittuale dei legami sociali. Pertanto, il singolo individuo tende a estraniarsi dal quel corpus con cui, prima dell'avvento dell'industrializzazione e dell'urbanizzazione, condivideva un ampio background valoriale.

Per Durkheim, quindi, l'anomia produce una sorta di disinteresse verso l'ordine sociale e le relative regole di condotta, per la salvaguardia delle quali il diritto penale rappresenta l'unico ed efficace strumento per rimediare all'oltraggio arrecato alla coscienza collettiva da parte del singolo delitto. 


  1. Quetelet A., 1890, Fisica sociale ossia svolgimento delle facoltà dell'uomo, UTET, Torino, p. 346. Il principio a cui si ispiravano le conclusioni di Quételet il quale, è opportuno ricordarlo, aveva fondato insieme a Guerry la Scuola Cartografica e Geografica franco-belga, è un esempio di applicazione induttivistica di osservazioni condotte in ambito astronomico al contesto sociale: “le leggi che governano la società sono fisse e immobili, come quelle che governano i corpi celesti ed esistono fuori dal capriccio degli uomini” (ivi, p. 211).
  2. Berzano L., Prina F., 2003, Sociologia della devianza, Carocci, Roma. In questa espressione il termine rational è utilizzato per delinearne il substrato strategico basato sull'elaborazione delle informazioni ottenute dall'ambiente, così da poter valutare le varie opportunità d'azione, la cui scelta è appunto evidenziata dall'utilizzo del vocabolo choice. Con perspective, infine, si sottolinea la valenza “provvisoria” delle conclusioni di tale teoria, le quali possono in ogni momento essere rimesse in discussione in base ai dati relativi a nuove ricerche empiriche.
  3. Quételet, op.cit., pp. 374-376.    
  4. Luhmann N., 2001, Sistemi sociali. Fondamenti di una teoria generale, Il Mulino, Bologna. 
  5. Nella fattispecie, si noti l’influenza di Quételet sul pensiero di Durkheim, secondo il quale il crimine era un fatto sociale esterno e coercitivo, quindi non determinabile dall’uomo.
  6. Analogamente, normalità e patologie sono due categorie utilizzate da Durkheim per evidenziare la frequenza di un determinato fatto sociale.
  7. Mannheim H., 1975, Trattato di criminologia comparata, Einaudi, Torino, p. 454.
  8. Quételet, op.cit., p. 817.
  9. Radzinowicz L., 1968, Ideologia e criminalità, 1968, Giuffrè, Milano, p. 41.
  10. Cfr.: Durkheim E., 2008, Il suicidio - L'educazione morale, UTET, Torino.
  11. Durkheim E., 1963, Le regole del metodo sociologico, Edizioni di Comunità, Milano. Per Durkheim il delitto è un fatto normale, funzionale all'esistenza stessa dell'ordine sociale. Il crimine e il diritto penale che lo definisce non sono altro che l'espressione delle “demarcazioni morali di una data società” (ivi, p. 38).
  12. Derivante da anomos, ovvero assenza di norme morali condivise, l’anomia rappresenta la condizione in cui si trovano le società formatesi in concomitanza dei processi di industrializzazione della seconda metà del XIX secolo, determinanti una trasformazione radicale del tasso di coesione sociale e responsabili del passaggio da semplici legami comunitari a processi di complessa differenziazione che caratterizzano appunto le società moderne.
BIBLIOGRAFIA
  • Berzano L., Prina F., 2003, Sociologia della devianza, Carocci, Roma.
  • Durkheim E., 1963, Le regole del metodo sociologico, Edizioni di Comunità, Milano.
  • Durkheim E., 2008, Il suicidio - L'educazione morale, UTET, Torino.
  • Luhmann N., 2001, Sistemi sociali. Fondamenti di una teoria generale, Il Mulino, Bologna.
  • Mannheim H., 1975, Trattato di criminologia comparata, Einaudi, Torino.
  • Quetelet A., 1890, Fisica sociale ossia svolgimento delle facoltà dell'uomo, UTET, Torino.
  • Radzinowicz L., 1968, Ideologia e criminalità, 1968, Giuffrè, Milano.
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