Il fenomeno del terrorismo autoctono in Europa.

Nicolò Scremin

Secondo Lorenzo Vidino (2015), la natura del jihadismo in Europa è mutata notevolmente nel corso degli anni. Se infatti i primi network jihadisti operativi negli anni Novanta erano composti prevalentemente da immigrati di prima generazione, legati direttamente a organizzazioni extraeuropee, oggi al contrario la maggioranza dei network europei vedono al loro interno la presenza di militanti autoctoni; ‘immigrati di seconda o terza generazione, cui si aggiunge un numero ridotto di convertiti’ [1]. In questa direzione, secondo l’autore, è possibile identificare tre fasi di sviluppo distinte di tale fenomeno.

La prima fase 

La prima fase del jihadismo in Europa ebbe inizio tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, con la formazione dei primi network jihadisti da parte di militanti, veterani del jihad afghano e membri di varie organizzazioni provenienti dal Nord-Africa e dal Medio-Oriente, giunti in Europa in cerca di rifugio dalla repressione cui erano sottoposti nei loro paesi d’origine.

Durante questo periodo i diversi gruppi jihadisti [2], pur condividendo una stessa ideologia, mantennero un ampio margine di indipendenza gli uni dagli altri, instaurando raramente delle collaborazioni operative. In aggiunta i network jihadisti si caratterizzarono per avere una struttura gerarchica ben definita basata su ‘un rigida catena di comando attraverso la quale una leadership centralizzata dirigeva un sistema preordinato di cellule in tutti gli aspetti delle loro attività. Allo stesso modo, i ruoli e le responsabilità all’interno delle cellule stesse erano predefiniti e rigidamente divisi’ [3].

Infine gli obiettivi dei militanti di quell’epoca erano solo ‘i regimi dei paesi d’origine’ [4], di conseguenza la maggior parte dei network jihadisti in Europa non si dimostrò ostile nei confronti dei paesi ospitanti, ad eccezione di quei paesi considerati direttamente coinvolti nei conflitti nel mondo arabo [5].

La seconda fase

La seconda fase del jihadismo in Europa può essere individuata verso la seconda metà degli anni Novanta, quando Bin Laden e al Zawhiri, impegnati nella rigenerazione di Al-Qaeda in Afghanistan, ufficializzarono la creazione di una piattaforma jihadista globale attraverso l’annuncio nel 1998 della formazione del “Fronte islamico mondiale contro gli ebrei e i crociati”. Questo progetto costitutiva ‘la formalizzazione di un fenomeno che si era lentamente sviluppato negli anni Novanta nei campi d’addestramento afghani, sui campi di battaglia della Bosnia, della Cecenia e del Kashmir e in alcune delle moschee più radicali d’Europa’ [6]. In particolare grazie a queste iterazioni i vari gruppi jihadisti presenti in Europa ‘cominciarono a cooperare tra di loro con crescente intensità, passando dallo scambiarsi semplice aiuto morale a rapporti concreti’ [7]. 

In questo periodo inoltre nella mente di Bin Laden iniziò a prendere corpo l’idea secondo cui Al-Qaeda, per combattere i regimi del mondo islamico e i loro protettori in Occidente, sarebbe dovuta diventare una sovra-organizzazione in grado di riunire sotto un’unica bandiera i vari movimenti jihadisti. In questa direzione, verso la fine degli anni Novanta, ‘molti dei network presenti in Europa caddero, anche se con vari gradi d’intensità, nell’orbita del progetto binladenista’ [8], tuttavia l’Europa non divenne un obiettivo primario dei network  nemmeno in questa fase. Come scrive Vidino infatti: 

Molti gruppi algerini pianificarono sì alcuni attacchi, salvo però non andare oltre le fasi organizzative iniziali. Divenne, a ogni modo, sempre più chiaro che il vecchio continente ospitava un numero crescente di militanti, la maggior parte dei quali, al contrario dei “pionieri” della prima fase, si era qui radicalizzata. L’Europa era anche un’importante base logistica. [9]  

La terza fase

A partire dai primi anni Duemila infine, con l’emergere dei primi nuclei autoctoni, ebbe inizio la terza fase del jihadismo in Europa. Dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 infatti, la repressione messa in atto dalla comunità internazionale, riducendo ‘drasticamente la capacità della leadership di al-Qaeda di comunicare con i propri network in Europa’ [10], portò gli jihadisti europei a sviluppare strategie d’azione alternative. In particolare, ‘sebbene un certo livello di coordinazione rimase, i network europei cominciarono a operare in maniera più autonoma, restando fedeli all’ideologia e agli obiettivi qaedisti, ma diventando in sostanza indipendenti nelle loro attività’ [11]. 

In aggiunta, a differenza dei primi network europei degli anni Ottanta e Novanta costituiti principalmente da immigrati di prima generazione, questi nuovi network jihadisti [12] erano composti prevalentemente ‘da individui nati o cresciuti in paesi europei che si erano perciò radicalizzati in Europa. Inoltre solo raramente possedevano, almeno sul nascere, contatti con al-Qaeda o altri gruppi strutturati operanti fuori dai confini europei’ [13]. Tuttavia la crescita di network autoctoni non preclude la possibilità che il modello tradizionale degli anni Novanta possa svilupparsi parallelamente. Come nota Vidino infatti:

Il panorama attuale del jihadismo in Europa è estremamente eterogeneo e può essere visualizzato come una linea retta. A un’estremità si possono collocare fenomeni puramente autoctoni: piccoli nuclei, o in certi casi agenti individuali (lone actor), composti da soggetti nati in Europa con nessun legame con strutture esterne e operanti in totale indipendenza. All’opposta estremità si possono collocare cellule compartimentalizzate operanti come parti integranti di organizzazioni strutturate e soggette a un ordine gerarchico, secondo il modello dei network degli anni Novanta. In mezzo a questi estremi va collocato un insieme di fenomeni ibridi [14]. [15]

TRA RADICALIZZAZIONE, RECLUTAMENTO E COLLEGAMENTO

Per Vidino per comprendere le recenti dinamiche del jihadismo in Europa è necessario chiarire la differenza fra tre concetti interconnessi ma differenti: radicalizzazione, reclutamento e collegamento.

Nonostante non esista ancora una definizione universale di radicalizzazione [16], tuttavia, da un punto di vista operativo, è possibile osservare come nella maggior parte dei casi di musulmani europei coinvolti in network jihadisti, la radicalizzazione sia avvenuta attraverso un processo di tipo bottom-up (dal basso verso l’alto). In particolare per Vidino al giorno d’oggi l’ipotesi che un membro di un’organizzazione terroristica vada alla ricerca di una possibile recluta, la introduca all’ideologia jihadista, e la indottrini per poi inserirla all’interno dell’organizzazione, risulta essere abbastanza remota [17]. Al contrario per l’autore è più facile che l’assorbimento dell’ideologia jihadista da parte di musulmani europei avvenga indipendentemente, attraverso internet o soprattutto attraverso l’interazione con soggetti che condividano idee comuni. Come scrive infatti Vidino: 

Nella maggior parte delle situazioni, la radicalizzazione avviene in piccoli gruppi. I soggetti hanno il primo contatto con l’ideologia jihadista attraverso parenti, amici o conoscenti occasionali. Inizia così un percorso interiore di ricerca e scoperta individuale condizionato da come il soggetto si relaziona all’ambiente circostante e con altri soggetti. I “compagni di viaggio” lungo il cammino verso la radicalizzazione possono essere familiari e amici di una vita o nuove conoscenze. Per quanto la decisione d’imboccare questa strada venga assunta individualmente, il processo di radicalizzazione spesso avviene attraverso l’interazione con altri soggetti che adottano le stesse idee. [18]

In questo scenario predicatori estremisti, ex-combattenti e webmaster di siti jihadisti, benché possano avere legami di varia intensità con più gruppi jihadisti, difficilmente si rivelano veri e propri reclutatori ma piuttosto, come nota Vidino, fungono ‘da fattori radicalizzanti, esponendo ulteriormente all’ideologia jihadista soggetti che già ne sono simpatizzanti’ [19]. In questa direzione è chiaro inoltre che internet o altre forme di propaganda possano favorire il processo di radicalizzazione di alcuni musulmani europei [20], tuttavia queste iniziative ‘sono dirette alle masse e ci sono poche indicazioni che esistano tentativi da parte di gruppi jihadisti operanti al di fuori dell’Europa di radicalizzare specifici soggetti direttamente, faccia a faccia’ [21].

Un fenomeno diverso dalla radicalizzazione, ma correlato ad essa, è quello del reclutamento, ovvero ‘il processo attraverso il quale un gruppo terrorista inserisce un soggetto già radicalizzato nei propri ranghi’ [22]. 

In questa caso si parla di processo di tipo top-down (dall’alto verso il basso) in quanto i membri delle organizzazioni terroristiche ricoprono direttamente il ruolo di reclutatori. Tuttavia per Vidino questo fenomeno non è particolarmente diffuso in Europa. Esistono  poche indicazioni infatti ‘di un piano organizzato da parte di gruppi jihadisti per reclutare musulmani europei. Al contrario di quella che può essere l’opinione comune, non ci sono molte indicazioni che uno o più gruppi della galassia di al-Qaeda si siano organizzati per mandare “talent- scout” in Europa per cercare reclute promettenti’ [23]. 

Una dinamica molto più comune è invece quella che vede la formazione di un collegamento tra un individuo o un gruppo radicalizzatosi autonomamente in Europa e un gruppo jihadista operante in territori extraeuropei. In particolare per Vidino tale collegamento viene prevalentemente stabilito per iniziativa dell’individuo o del gruppo basato in Europa e non del gruppo jihadista. Per questo motivo, secondo l’autore, per descrivere la situazione del jihadismo autoctono europeo è più corretto parlare in termini di collegamento e non di reclutamento, dal momento che ‘il reclutamento in Europa occidentale non esiste se inteso tradizionalmente come fenomeno dall’alto verso il basso, ma solo in senso contrario’ [24].


  1. L.VIDINO, Il Jihadismo Autoctono in Italia: nascita, sviluppo e dinamiche di radicalizzazione, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), 2014 p.7.
  2. In particolare i gruppi maggiormente attivi in Europa in questo periodo furono i gruppi algerini, egiziani e tunisini.
  3. Ivi, p.20.
  4. Ivi, p.21.
  5. Come scrive Vidino: ‘a dimostrazione di questa dinamica va considerato il fatto che gli unici attacchi contro un paese europeo perpetrati in questa prima fase furono gli attentati che insanguinarono la Francia tra il 1994 e il 1995. Si trattò di una campagna orchestrata da militanti algerini per punire il governo francese per il suo supporto al governo di Algeri durante la guerra civile che aveva flagellato il paese nordafricano in quegli stessi anni’. (L.VIDINO, Il Jihadismo Autoctono …, cit, p.21).
  6. Ibid.
  7. Ibid.
  8. Ivi, p.22
  9. Ibid.
  10. Ivi, p.23
  11. Ibid.
  12. Per Vidino questi nuovi network ‘erano, in sostanza, piccoli gruppi formatisi spontaneamente, composti da individui che, abbracciata singolarmente l’ideologia jihadista, cercavano di tradurre il proprio zelo in varie attività, quali unirsi a gruppi jihadisti extraeuropei per addestrarsi, combattere in altri conflitti all’estero, oppure perpetrare attacchi in Europa (indipendentemente o sotto la supervisione di gruppi strutturati)’. (L.VIDINO, Il Jihadismo Autoctono …, cit, p.24).
  13. Ivi, p.24
  14. Il modello comune per spiegare questa forma ibrida di Jihadismo è quello degli attentatori di Londra del 7 luglio 2005: ‘un gruppo di giovani perlopiù nati e cresciuti in Europa, che si conosce nel quartiere o in moschea, e si radicalizza insieme. Alcuni di questi militanti radicalizzatisi autonomamente poi viaggia all’estero dove riesce a ottenere da vari gruppi della galassia di al-Qaeda le necessarie nozioni  tecniche che permettono loro di fare il salto, divenendo, da “gruppettino amatoriale” di estremisti, una vera e propria cellula terrorista’. (L.VIDINO, Il Jihadismo Autoctono …, cit, p.24).
  15. Ibid.
  16. La maggior parte degli esperti, tuttavia, tende a convenire che ‘la radicalizzazione sia un fenomeno altamente complesso e soggettivo, spesso dettato da un’interazione di vari fattori strutturali e personali di difficile comprensione’. (L.VIDINO, Il Jihadismo Autoctono …, cit, p.29).
  17. Per Vidino ‘dinamiche simili erano abbastanza comuni nei network nordafricani degli anni Novanta, quando i soggetti venivano introdotti da parenti o amici a membri di gruppi jihadisti che supervisionavano l’intero processo di radicalizzazione. Ci sono indicazioni che al-Shabaab, il gruppo somalo affiliato ad al-Qaeda, operi in maniera simile, approcciando soggetti non radicalizzati e “coltivandoli” fino a introdurli nel gruppo’. (L.VIDINO, Il Jihadismo Autoctono …, cit, p.26).
  18.  Ivi, pp.26-27.
  19.  Ivi, p.27.
  20. In questa direzione un esempio pratico che testimonia quanto internet possa favorire la radicalizzazione è quello di Roshonara Choudhry, la studentessa del King’s College di Londra che nel 2010 accoltellò il membro del parlamento inglese Stephen Timms per il suo supporto alla guerra in Iraq. Come scrive infatti Vidino: ‘Choudhry non aveva alcun legame con nessun gruppo organizzato, ma si radicalizzò da sola, passando intere giornate ossessivamente su internet a guardare per mesi i discorsi del predicatore di al-Qaeda nella Penisola Araba, Anwar al-Awlaki. In obbedienza alla sua chiamata al “jihad individualizzato”, Awlaki Choudhry decise di agire. Casi simili a quello di Choudhry, anche se non sempre caratterizzati da una ne violenta, sono stati monitorati in tutta l’Europa’. (L.VIDINO, Il Jihadismo Autoctono …, cit, p.26).
  21. Ibid.
  22. Ibid.
  23. Ivi. p.28.
  24. Ibid.
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