Concettualizzare il terrorismo: literature review - Parte 2

Nicolò Scremin

Dopo un breve excursus relativo alle cause del terrorismo, la seconda parte di questa rassegna si focalizza sulla trattazione di alcune delle principali questioni inerenti a tale fenomeno. Queste includono le differenze tra le vecchie e le nuove forme di terrorismo, la motivazione politica e l’orientamento religioso, le principali strategie usate dalle organizzazioni terroristiche e le varie tipologie di struttura organizzativa.

LE CAUSE DEL TERRORISMO

Il terrorismo è un insieme estremamente complesso di fenomeni che coprono una grande varietà di gruppi con differenti origini e cause (Bjørgo, 2005). Martha Crenshew (1981: 381) per prima cosa differenzia tra precondition (precondizioni) e precipitans (acceleratori) del terrorismo. Mentre i primi rappresentano i fattori che pongono le basi per il terrorismo nel lungo periodo, i secondi sono quegli eventi specifici che precedono immediatamente la comparsa del terrorismo. In secondo luogo, divide all’intero delle precondizioni i permissive factors (fattori chiave) che offrono al terrorismo l’opportunità di materializzarsi, dalle situazioni che direttamente ispirano e motivano le campagne terroristiche. Alcuni fattori chiave possono essere la posizione geografica, il sistema politico e la modernizzazione del paese, mentre alcuni esempi di acceleratori sono il supporto al gruppo, la disponibilità di armi, il fallimento delle agenzie di antiterrorismo e le rimostranze (reali e percepite) (Schmid, 2011: 179). 

Tore Bjørgo (2005: 7) differenzia tra: «cause strutturali» che sono quelle cause che influenzano la vita delle persone senza che esse possano comprenderle, come per esempio la globalizzazione o gli squilibri demografici; «facilitatori» o «acceleratori», come per esempio l’evoluzione dei mezzi di comunicazione che pur non essendo motori primi, rendono il terrorismo possibile e attraente; «cause motivazionali», che inducono le persone ad agire; cause scatenanti, come per esempio una calamità politica, ma anche la volontà di interrompere colloqui di pace.

Post (2002), invece, identifica 32 variabili diverse, suddivise in 4 categorie concettuali principali: 1. fattori esterni con caratteristiche storiche, culturali e contestuali; 2. attori chiave che interagiscono con il gruppo come componenti e sostenitori; 3. l’organizzazione che include le caratteristiche e le strutture, nonché fattori come lo stile di leadership, l’ideologia e gli obiettivi del gruppo; 4. caratteristiche della situazione immediata, tra cui eventi scatenanti. 

Sirseloudi e Schmid (2005) infine compiono una suddivisione tra: cause profonde del terrorismo, cause prossime, acceleratori , deceleratori e precipitans.

LA MOTIVAZIONE POLITICA E L'ORIENTAMENTO RELIGIOSO

Un’ideologia è un insieme di credenze, valori, principi e obiettivi attraverso la quale un gruppo definisce la propria identità politica distintiva e le proprie finalità (Rosenbaum, 1975: 120). Per Gunaratna (2005) l’ideologia fa da cornice alla struttura organizzativa, alla leadership, alla motivazione dei membri e al reclutamento e supporto di un gruppo terroristico, modellandone le strategie e le tattiche da adottare. Analogamente, per Drake (1998: 53) l’ideologia fornisce ai terroristi un motivo iniziale per agire e diventa un prisma attraverso il quale poter leggere e interpretare le azioni degli altri. In particolare, è possibile distinguere tra l’ideologia professata in un gruppo e le credenze reali dei singoli membri. In questa direzione, mentre i leader politici del gruppo tenderanno a possedere un’ideologia piuttosto specifica con obiettivi politici ben definiti, al contrario molti dei loro sostenitori entreranno a far parte del gruppo per un semplice desiderio di adesione o per un avversione viscerale nei confronti del “nemico" (Drake, 1998: 55).

Sulla base della motivazione politica e l’orientamento ideologico, Paul Wilkinson differenzia tra terrorismo di stato, nazionalista, separatista, razzista, vigilante, di estrema sinistra, religioso fondamentalista, millenario, single-issues e state-sponsored. Sulla stessa linea, Bruce Hoffman distingue tra terrorismo etno-separatista, di destra, di sinistra e religioso (in Schmid, 2011: 180).

Aubrey (2004: 43) individua invece sei categorie principali di terrorismo: nazionalista, religioso, state-sponsored, di sinistra, di destra e anarchico (Aubrey, 2004: 43). 

LE STRATEGIE E GLI OBIETTIVI A LUNGO TERMINE DEL TERRORISMO

Il terrorismo è ineluttabilmente politico e strettamente correlato all’idea di potere, in quanto è concepito con l’intento di generare potere dove non ve ne è uno o di consolidarne uno dove non ve ne è uno molto forte (Hoffman, 2006). In questa direzione, sebbene gli obiettivi finali del terrorismo siano variati nel corso del tempo, Andrew Kydd e Barbara Walter (2006: 52) identificano i cinque più ricorrenti: 1. cambiamento del regime; 2. cambiamento territoriale; 3. cambiamento politico; 4. controllo sociale; 5. mantenimento dello status quo. 

Per raggiungere gli obiettivi a lungo termine, i terroristi perseguono una varietà di strategie diverse. Thomas Thornton (1964: 87) sostiene che gli obiettivi prossimi del terrorismo sono: la costruzione della morale, la pubblicità, il disorientamento, la distruzione delle forze avversarie e la provocazione. Anche Martha Crenshaw (in Kydd e Walter, 2006: 56) identifica la pubblicità e la provocazione come obiettivi prossimi del terrorismo, insieme all’indebolimento del governo, l’ubbidienza della popolazione e l’outbidding. Per Brian Jenkins (2006: 127), invece, la strategia terroristica non mira al raggiungimento di una superiorità militare quanto piuttosto a complicare la vita del nemico attraverso l’attuazione incessante di attacchi che oltre a provocare numerose vittime, infliggono danni di natura economica (soprattutto nel settore turistico e degli investimenti).

Andrew Kydd e Barbara Walter (2006; 51-59) affermano che per realizzare i loro obiettivi politici, i terroristi hanno bisogno di fornire informazioni credibili all’audience il cui comportamento mirano ad influenzare. L’audience può essere di due tipi: i governi (le cui politiche i terroristi desiderano influenzare) e gli individui ( da cui i terroristi cercano di ottenere sostegno o ubbidienza). In questo scenario, gli autori identificano cinque principali logiche strategiche alla base delle campagne terroristiche: 1. il logoramento; 2. l’intimidazione; 3. la provocazione; 4. lo spoiling; 5. l’outbidding. Sulla stessa linea, Daniel Byman (2015) [1] identifica tra le varie strategie: 1. il logoramento; 2. l’alimentazione di una insorgenza; 3. la propaganda by the deed; 4. lo spoiling; 5. la strategia del lupo solitario. In particolare, per Byman i gruppi terroristici possono utilizzare diverse strategie contemporaneamente, tuttavia  spesso capita che ad un successo a livello tattico non corrisponda un successo a livello strategico. Questo rappresenta quello che Brian Jankins (2006: 129) definisce «il paradosso del terrorismo». I terroristi infatti riescono spesso a conseguire un successo tattico che permette al gruppo di ottenere pubblicità e attrarre nuove reclute, tuttavia la loro lotta non apporta quasi mai un contributo significativo nella realizzazione dei loro obiettivi dichiarati.

VECCHIO E NUOVO TERRORISMO

Da un punto di vista storico il terrorismo non è un fenomeno nuovo, tuttavia ha iniziato ad avere una portata internazionale solo a partire dalla fine del XX secolo. Secondo David Rapoport il terrorismo moderno si è diffuso in quattro ondate: quella anarchica diffusasi in Russia negli anni ’80 dell’800 e che fu «la prima esperienza globale di terrorismo internazionale nella storia» [2]; l’ondata anti-coloniale che ebbe inizio dopo la fine della prima Guerra Mondiale; l’ondata della nuova sinistra sviluppatasi a partire dagli anni 60  e infine l’odierna ondata religiosa che ha avuto origine nel 1979. Ogni ondata si caratterizza per essere un ciclo di attività che vede la presenza di vari gruppi guidati da una comune e predominate energia che perseguono obiettivi simili in differenti paesi nel medesimo periodo.

Negli ultimi decenni si è verificata una radicale trasformazione — se non addirittura una rivoluzione — del carattere del terrorismo (Laqueur, 1999: 4) che ha portato a differenziare tra terrorismo old e new. Secondo Walter Laqueur, mentre il vecchio terrorismo colpisce solo bersagli selezionati, il nuovo terrorismo è un terrorismo totalmente e deliberatamente indiscriminato che «mira alla distruzione della società e all’eliminazione di ampie fasce della popolazione».

In questa nuova forma di terrorismo la dimensione religiosa, soprattutto di matrice islamica, ha assunto un rilevanza sempre maggiore. A tal proposito, basti pensare che, tra l’inizio degli anni ’80 e la prima metà degli anni ’90, il numero di organizzazioni terroristiche di stampo religioso presenti a livello internazionale aumentò del 40%, passando dalle 2 su 64 (3%) del 1980 alle 25 su 58 (43%) del 1995 (Gurr e Cole, 2000).

Per Boaz Ganor la comparazione tra vecchio e nuovo terrorismo può essere articolata anche attraverso la differenziazione tra terrorismo classico, moderno e postmoderno. Secondo il professore israeliano, il terrorismo classico è rivolto verso obiettivi specifici e strutture non significative; il potenziale lesivo è basso in quanto gli attacchi sono finalizzati al perseguimento di un obiettivo politico ben definito. Nel terrorismo moderno gli attacchi sono maggiormente indiscriminati e distruttitivi e il numero delle vittime è maggiore; tuttavia si utilizzano ancora armi convenzionali. Nel terrorismo postmoderno infine, l’obiettivo è quello di demolire materialmente il nemico ed eliminare la fonte stessa del conflitto attraverso l’utilizzo di armi CBRN (Chimiche, Biologiche, Radiologiche e Nucleari).

TERRORISMO E COMUNICAZIONE 

Schmid e De Graff (1982: 9) vedono il terrorismo come un atto violento specificatamente concepito per attirare l’attenzione e, attraverso la pubblicità che genera, comunicare un messaggio. In questa direzione il terrorismo può essere visto come una combinazione tra violenza e propaganda., dove la prima mira a modificare il comportamento attraverso la coercizione, mentre la seconda lo fa attraverso la persuasione (Schmid, 2010: 206). 

Per Bruce Hoffman (2002: 313) il terrorismo è una forma di psychological warfare, un teatro dove il destinatario dell’attacco non è più la vittima diretta ma piuttosto il pubblico che guarda (Jenkins: 1974). Walter Laqueur (1977: 135) afferma che il successo di un operazione terroristica dipende quasi del tutto dall’ammontare della pubblicità che essa riceve, mentre per Brian Jenkins (1994: 5) se l’audience è lo scopo e i terroristi gli attori principali, lo spazio pubblico diventa il palcoscenico dal quale essi meravigliano e traumatizzano il pubblico

In questo scenario i media ricoprono un ruolo fondamentale. In particola per Alex Schmid (2010: 207) la realizzazione di eventi drammatici consente ai terroristi di accedere liberamente al sistema delle notizia e gli editori diventano “accessori “ che contribuiscono a pubblicizzare l’esistenza, le pretese e gli obiettivi dei terroristi stessi.

A testimonianza della relazione che intercorre tra terrorismo e media, il teorico della guerriglia urbana, Carlos Marighella formula cinque principi secondo i quali: 1. gli atti terroristici devono essere mirati all’audience; 2. le vittime devono essere scelte per il loro significato simbolico; 3. i media sono impazienti di coprire la violenza terroristica; 4. i media possono essere attivati, diretti e manipolati per effetti propagandistici; infine 5. i governi sono in svantaggio in quanto la loro unica possibilità per arginare l’uso dei media da parte dei terroristi è imporre la censura.

LA STRUTTURA ORGANIZZATIVA

La disponibilità ad accedere a tecnologie sempre più sofisticate ha permesso ai gruppi terroristici di abbandonare una struttura gerarchica per adottare una nuova forma organizzativa a network molto più flessibile e dinamica. 

Arquilla e Ronfeldt (2001) sostengono che la struttura network ha permesso ai piccoli gruppi di comunicare e coordinare le attività senza passare per un comando centrale. Le tre principali forme di network sono: la chain o line network, dove le informazioni passano lungo una catena; la hub and star network, dove i vari gruppi o individui sono collegati ad un nodo centrale; la all-channel network, dove tutti i nodi sono collegati gli uni con gli altri. Gunaratna (2002) afferma che l’adozione di una struttura a network ha permesso ai gruppi terroristici di operare indipendentemente, rendendoli maggiormente autonomi, nonostante siano ancora uniti da forme di comunicazione avanzate e obiettivi comuni.

Mishal e Rosenthal (2005), basandosi sul presupposto che la catena di comando e di controllo, le linee di comunicazione e il livello di divisione del lavoro all’interno di una organizzazione dipendessero da un «processo di vacillazione tra la presenza territoriale e le modalità di scomparsa», hanno sviluppato il concetto di organizzazione a “duna” (in  Schmid, 2011: 187).

Boaz Ganor (2012; 14) ha sviluppato invece il concetto di organizzazione ibrida per indicare una particolare forma organizzativa configura in tre ali distinte. La prima ala è quella militare o paramilitare, che è impegnata in azioni terroristiche. La seconda è quella politica, che rappresenta l’ideologia dell’organizzazione, prende parte a campagne democratiche e partecipa alle elezioni. Infine la terza è quella del “social welfare”, che provvede ad erogare servizi alla popolazione con l’intento di accrescere la legittimità dell’organizzazione e trovare potenziali sostenitori.  

Zelinsky e Shubik (2006), infine, hanno elaborato un modello di organizzazione terroristica “di impresa” basato sul livello di centralizzazione delle risorse e di centralizzazione delle operazioni. Essi identificano quattro tipologie diverse di organizzazione: 1. gerarchica; 2. franchise; 3. capitale di rischio; 4. brand. Nella struttura gerarchica vi è una centralizzazione sia delle risorse che delle operazioni ed è caratterizzata da una stretta linea di comando. Nella struttura franchise vi è una centralizzazione delle operazioni e una decentralizzazione delle risorse, mentre la struttura a capitale a rischio si caratterizza per avere una decentralizzazione delle operazioni e una centralizzazione delle risorse. Infine nella struttura a brand vi è il più basso tasso di centralizzazione, in quanto una decentralizzazione delle operazioni si combina con una decentralizzazione delle risorse.


BIBLIOGRAFIA
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