Concettualizzare il terrorismo: literature review - Parte 1

Nicolò Scremin

L’obiettivo di questo lavoro è quello di fornire un quadro concettuale del terrorismo attraverso un’attenta analisi della letteratura esistente. Dopo una breve introduzione relativa ai principali approcci teorici utilizzati nello studio del terrorismo, la seconda parte di questa rassegna si focalizza sulla trattazione di alcune delle principali questioni inerenti a tale fenomeno tra le quali spiccano la difficoltà di darne una definizione e le maggiori differenze tra il terrorismo e le altre forme di violenza politica. 

CONCETTUALIZZARE IL TERRORISMO 

Nonostante il terrorismo rappresenti una delle principali minacce per la pace e l’equilibrio globale, ancora oggi la comunità internazionale non è stata in grado di formulare una definizione universalmente accetta di tale fenomeno. 

In questa direzione Alex Schmid ha tentato, nel corso degli anni, di raggiungere un consenso accademico riguardante la definizione di terrorismo. Una prima definizione venne elaborata nel 1988, una seconda nel 2004 ed infine una terza nel 2011. Mentre la prima  e la seconda erano composte rispettivamente da 22 e 16 elementi di definizione, la terza è  stata elaborata sulla base di 12 elementi. In particolare per Schmid il terrorismo si riferisce «da un lato ad una dottrina riguardante la presunta efficacia di una speciale forma o tattica generatrice di paura e di violenza politica coercitiva, mentre dall'altro lato si riferisce alla pratica cospiratoria di un'azione violenta pianificata, dimostrativa e diretta senza vincoli legali o morali, rivolta prevalentemente contro target civili e non-combattenti; eseguita per i suoi effetti propagandistici e psicologici su un vario pubblico e le parti coinvolte» [1].  

Per Boaz Ganor invece, il terrorismo è «una forma di violenza politica nella quale un attore non statale ricorre all’uso deliberato della violenza contro civili o bersagli civili nel tentativo di realizzare degli obiettivi politici» [2]; mentre Bruce Hoffman lo definisce come «la creazione e l’utilizzo deliberato di paura attraverso la violenza o la minaccia di violenza nel perseguimento di un cambiamento politico» [3].

DUE DIFFERENTI APPROCCI 

Dopo l’attacco dell’11 Settembre 2001, la minaccia posta dalle organizzazione terroristiche, in particolare da Al-Qaeda, ha portato i governi occidentali ad istituire vari centri di ricerca e think tanks specializzati in homeland security e antiterrorismo; come risultato, un numero sempre più significativo di ricercatori, con background accademici diversi, ha iniziato ad utilizzare il terrorismo come oggetto di studio per le proprie ricerche  (Ganor, 2009: 11-12).  

Attualmente ci sono due principali approcci teorici utilizzati per studiare tale fenomeno: quello razionale o strumentale e quello socio-psicologico. Secondo l’approccio strumentale, il terrorismo non è altro che un metodo operativo razionale orientato al perseguimento di un concreto obiettivo politico (Ganor, 2009; Crenshaw, 2000; Hoffman, 1998). In quest’ottica, un’organizzazione, prima di commettere qualsiasi atto di terrorismo, compie un calcolo razionale dei costi, dei benefici e delle probabilità di successo connesse all’operazione. Se i benefici sono enormi; o i costi sono bassi; o le probabilità di successo alte, l’organizzazione porterà a compimento l’azione (Crenshaw, 1988: 14). 

L’approccio socio-psicologico, invece, analizza con maggior enfasi la componente psicologia e sociologica connessa al fenomeno terroristico, concentrandosi principalmente sullo studio delle dinamiche sociali di gruppo e sul profilo psicologico dei vari attori coinvolti. In questo scenario per Jerrold Post, la dimensione ideologica gioca un ruolo fondamentale, in quanto la condivisione di una stessa ideologia all’interno del gruppo permette di orientare l’agire dei membri verso il perseguimento di un obiettivo comune sia a lungo che a breve termine. Di norma l’obiettivo a breve termine è quello di infondere paura, angoscia e terrore, mentre quello a lungo termine è il perseguimento di finalità politiche (Horgan, 2005:14).  

IL PROBLEMA DELLA DEFINIZIONE

Per Brian Jenkins il problema relativo alla definizione rappresenta «il triangolo delle Bermude» del terrorismo. Sebbene infatti esistano centinaia di definizioni di terrorismo  — solo in Political Violence Schmid e Youngman (1988) ne citano 109 differenti — tuttavia l’elaborazione di una definizione globalmente accettata di tale fenomeno rimane ancora qualcosa di elusivo. 

In questa direzione molti studiosi sono propensi a credere che sia impossibile arrivare ad una definizione oggettiva e internazionalmente riconosciuta, in quanto, dopotutto «chi per alcuni è un terrorista per altri è un combattente per la libertà» (Laqueur, 1987: 302). Al contrario, Boaz Ganor (2002: 304) afferma che una definizione oggettiva non è solo possibile, ma è indispensabile per ogni serio tentativo di combattere il terrorismo. Dean e Yonah Alexander (2003) considerano invece l’assenza di una definizione universale come uno dei fattori che incoraggiano il terrorismo, mentre per Schmid (1988) il terrorismo è un «concetto essenzialmente controverso» in quanto un uso corretto del termine genera inevitabilmente delle discussioni (Gallie, 1956: 169) che non possono essere risolte mediante il semplice ricorso all’evidenza empirica, all’uso linguistico o ai canoni della logica (Gray, 1977: 344). 

Secondo Hoffman (2006) le difficoltà nel definire il terrorismo derivano dal fatto che esso (1) non sia dissimile da altre forme di violenza irregolare; (2) abbia un significato che è cambiato ripetutamente nel corso degli ultimi due secoli; ma soprattutto (3) sia una parola con una connotazione intrinsecamente negativa [4]. Sulla stessa linea Brian Jenkins (1980) afferma che: «l’uso del termine terrorismo implica un giudizio morale; se una delle parti riesce ad appiccicare con successo l’etichetta terrorista al proprio avversario può influenzare indirettamente altri ad adottare questo punto di vista morale» [5]. Per Boaz Ganor, infine, il terrorismo è difficile da definire per numerosi motivi, tra cui: (1) il fatto che sia un termine «controverso»; (2) esistano vari “terrorismi” con differenti forme e manifestazioni, (3) la struttura (semi-)clandestina e la segretezza che caratterizzano il terrorismo rendano difficoltosa un’analisi obbiettiva, (4) il fatto che esso sia stato spesso associato alla questione relativa all’auto-determinazione dei popoli e la resistenza armata contro l’occupazione straniera o regimi razzisti ed infine (5) perché i confini tra terrorismo e altre forme di violenza politica sono poco chiari.

IL TERRORISMO E LE ALTRE FORME DI VIOLENZA POLITICA

Per arrivare ad elaborare una definizione quanto meno operativa di terrorismo, alcuni studiosi (Hoffman, 2006; Mitchell, 1991)  hanno ritenuto opportuno partire dal distinguere il terrorismo da ciò che non è, differenziando esso da altre forme di violenza politica come la guerriglia, l’insorgenza e la liberazione nazionale.

Terrorismo e guerriglia

Nel linguaggio comune i termini «terrorismo», «insorgenza» e «guerriglia» sono spesso utilizzati in maniera indifferente, dal momento che i guerriglieri e gli insorti utilizzano spesso le stesse tattiche dei terroristi per le medesime finalità (Hoffman, 2006). Tuttavia nel corsi degli anni numerosi accademici hanno fornito il proprio contributo per distinguere in maniera univoca i concetti di specie. 

Per Bruce Hoffman (2006: 35) la guerriglia, nel suo utilizzo più comunemente accettato, si riferisce ad un gruppo numericamente ampio di individui armati che opera come un’unità militare, attacca le forze nemiche ed esercita una qualche forma di sovranità e di controllo su un’area geografica definita e sulla sua popolazione. Walter Laqueur (1987: 147) afferma che il terrorismo urbano si differenzia dalla guerriglia in aspetti essenziali. Per l’autore l’essenza della guerrilla warfare è quella di stabilire o liberare territori in zone rurali e di instituire piccole unità militari che possano gradualmente crescere in numero, forza e attrezzature al fine di combattere contro le truppe governative. Nelle zone liberate in seguito i guerriglieri stabiliscono le proprie istituzioni, fanno propaganda e si impegnano in altri tipi di attività politiche, al contrario dei terroristi che mantengono la base operativa all’interno delle città e operano clandestinamente in piccole unità. 

Per Ehud Sprinzak (in Ganor, 2000: 296) la differenza sostanziale tra terrorismo e guerriglia risiede nel fatto che la guerriglia, al contrario del terrorismo, è una piccola guerra soggetta alle stesse regole che si applicano alle guerre tradizionali. In aggiunta, David Rapoport identifica il rifiuto esplicito ad accettare i limiti morali convenzionali che definiscono le azioni militari e di guerriglia come il tratto distintivo del terrorismo (in Schmid, 1984: 44). Paul Wilikinson distingue tra terrorismo e guerriglia sulla base della natura degli obiettivi presi di mira (militari nel caso della guerriglia e civili nel caso del terrorismo), mentre Huntington sostiene che la guerrillia warfare e una forma di combattimento attraverso la quale la parte più debole adotta strategicamente l’offensiva tattica nelle forme, i tempi e i luoghi più congeniali (in Laqueur, 1977: 392).

Terrorismo e insorgenza

L’insorgenza è descritta come una lotta tra un gruppo non dominante e il governo o un autorità dominante dove l’uso combinato di strumenti politici e militari sono utilizzati per mettere in discussione la legittimità e il potere del governo, mentre si cerca di ottenere o mantenere il controllo su una particolare area geografica. In questo scenario, il terrorismo viene solitamente indicato come una delle tattiche dell’insurrezione insieme alla propaganda, alle manifestazioni, alla mobilitazione politica, alla sovversione, alla guerrilla warfare e alla guerra convenzionale (Moghaddam, 2014) [6].

Per Bruce Hoffman (2006: 35) l’insorgenza, sebbene condivida le stesse caratteristiche della guerriglia, si differenzia da essa in quanto va oltre gli attacchi di tipo hit-and-run. In particolare, l’insorgenza coinvolge un insieme coordinato di informazioni e di sforzi tipici della guerra psicologica destinati a mobilitare le masse nella lotta contro il governo, un potere imperialista o contro l’occupazione straniera. Assaf Moghaddam (2014) afferma che solitamente gli insorti fanno ricorso a metodi sia violenti che non violenti. Essi mirano ad ottenere un elevato livello di sostegno popolare, sono in grado di controllare il territorio e, avendo accesso a maggiori risorse, godono di una fornitura più ampia di personale. Contrariamente, i gruppi terroristici tendono ad essere di dimensioni più contenute e fanno ricorso alla violenza in maniera inflessibile. Queste due caratteristiche, unite alla natura segreta delle organizzazioni, impediscono generalmente ai terroristi di detenere il controllo sul territorio e godere di un ampio sostegno popolare. 

Daniel Byman (2008; 170) sostiene invece che la maggior parte dei gruppi che fanno ricorso alla tattica del terrorismo, ma che a causa dell’inferiorità numerica o della mancanza di risorse non controllano il territorio e non godono di sostegno popolare, possono essere considerati proto-insurrezionisti. Sulla stessa linea Steven Metz (2012: 38) afferma che i movimenti terroristici "puri" sono quelli che risultano incapaci di sfruttare completamente la strategia dell’insurrezione e ricorrono alla tattica del terrorismo per attirare l’attenzione e stimolare potenziali sostenitori. 

Terrorismo e  liberazione nazionale

Il celebre slogan «chi per alcuni è un terrorista per altri è un combattente per la libertà» non è diventato solo un cliché, ma anche uno dei maggiori ostacoli nel fronteggiare il terrorismo (Ganor, 2010).

La lettura soggettiva che è stata data in chiave terminologica alla parola  «terrorismo» ha infatti indotto molti occidentali ad accettare il presupposto secondo il quale terrorismo e liberazione nazionale sarebbero posizionati sui due poli opposti dello spectrum di legittimazione dell’uso della violenza. In particolare, la liberazione nazionale corrisponderebbe al polo positivo e giustificato dello spettro, mentre il terrorismo sarebbe il polo negativo e ingiustificato (Ganor, 2009: 20-21). Pertanto, secondo questa linea di pensiero, la medesima organizzazione non può costituire allo stesso tempo un gruppo terroristico e un movimento di liberazione nazionale.

 Tuttavia, come viene evidenziato da Boaz Ganor (2009) è necessario compiere una distinzione tra fini e mezzi. Non è la finalità per cui si combatte che determina se un gruppo debba essere etichettato come organizzazione terroristica o no, quanto piuttosto i metodi operativi che utilizza. Il terrorismo infatti è una tattica; uno strumento di cui ci si serve per realizzare un obiettivo che può essere di varia natura.

In questa direzione, un’organizzazione terroristica può essere contemporaneamente anche un movimento di liberazione nazionale, in quanto «terrorista» e «freedom fighter» sono due concetti non contraddittori (Ganor, 2002: 293).


  1. A.P. SCHMID, The Routledge Handbook of Terrorism Research, Routledge, Londra e New York 2011, pp.86-87. 
  2. B.GANOR., Global Alert, New York: Columbia University Press, 2015, p.8. 
  3. B.HOFFMAN, Inside Terrorism, New York: Columbia University Press, 2006: p.32     
  4. B.HOFFMAN, Lecture, "What is Terrorism: Defining Terrorism", in Terrorism and Counterterrorism, Georgetown University through EDX, October 2015.  
  5. B.JENKINS, "The Study of Terrorism: Definitional Problems", RAND Corporation, Santa Monica, California, Dicembre 1980, p.10.  
  6. In questa direzione un caso emblematico è quello rappresentato dal sedicente Stato islamico. In particolare Daesh nelle sue radici storiche va inteso come parte di un'ondata jihadista sunnita salafista più ampia collegata ai Fratelli Musulmani e ai Wahhabiti. In particolare Daesh nasce dall’unione tra militari Baathisti e ufficiali dell'intelligence provenienti dall'Iraq e jihadisti takfiri salafisti. Le tattiche utilizzate dal sedicente Stato Islamico sono in parte tattiche storiche e in parte tattiche tipiche dei servizi segreti. Alcune di queste sono tattiche "terroristiche", altre sono di tipo repressivo, altre ancora sono tipiche della guerriglia e altre sono di natura militare.
BIBLIOGRAFIA
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    A.P. SCHMID, Political Terrorism: A Research Guide to Concepts, Theories, Data Bases and Literature, Amsterdam: North Holland publ. Company, 1984.
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