MARCO MARTINELLI

In Mali, il 20 novembre 2015, ventuno ospiti del Radisson Blu Hotel di Bamako vengono uccisi. Burkina Faso, 15 gennaio 2016, trenta vittime all’Hotel Splendid, nel pieno centro di Ouagadougou. Sempre in Mali, quasi un anno prima, un altro attentato al ristorante La Terrasse di Bamako. Segnali di movimenti di jihad che continuano a crescere ed intensificano la propria azione.Ma quali sono, nello specifico, i principali gruppi terroristici che hanno programmato tali attentati? Qual è la loro matrice? E quali sono gli obiettivi che perseguono? 
 
La regione desertica del Sahel, la fascia di territorio dell’Africa che si estende, a partire dalla costa atlantica fino al Mar Rosso, tra il deserto del Sahara e la zona equatoriale del continente, ha assistito, nel corso dei primi dieci anni del XXI secolo, alla proliferazione di una galassia di formazioni jihadiste che operano nelle zone desertiche, portando avanti azioni terroristiche in nome, spesso, di militanze con al Qaeda o lo Stato Islamico. Gli ultimi anni hanno segnato in irradiamento delle formazioni radicali islamiche in Africa. La fascia sahelo – sudanese è stata una delle principali regioni di instabilità e insicurezza, soprattutto a causa, da una parte, dei processi di desertificazione e la inconciliabilità tra gli Stati di diritto e gli usi dei nomadi che non tollerano le frontiere; dall’altra, per la difficile convivenza tra popolazioni musulmane di fede islamica al nord e le popolazioni nere e per la maggior parte cristiane al sud. Tale proliferazione di sigle jihadiste condividono, in gran parte, le ambizioni ed ideali di al Qaeda, l’organizzazione che nei primi anni duemila rappresentava l’organizzazione monopolista del terrorismo islamico – radicale. Primo tra gli obiettivi è la creazione di un vero e proprio stato islamico sottoposto all’applicazione della shari’a. 
 

Il ruolo di primo piano nello scenario sahelo – sudanese appartiene ai terroristi di Al Mourabitoun, che non soltanto hanno rivendicato gli attacchi in Burkina Faso e Mali, ma si ritiene che abbiano anche partecipato attivamente ad una serie di attentati negli Stati della regione a partire dal 2013. Il gruppo islamico Al Mourabitoun – in italiano tradotto con “Le Sentinelle” – è un violento gruppo jihadista radicalizzato soprattutto nel nord del Mali. L’obiettivo dichiarato del gruppo terroristico è quello di implementare la legge islamica al fine di unificare i movimenti musulmani ed islamici dell’Africa contro le influenze secolarizzanti dell’occidente. Il leader del movimento jihadista è Mokhtar Belmokhtar, ricercato dai corpi di polizia di tutto il mondo e considerato una delle figure di riferimento del gruppo per le sue doti militari e politiche. 

Per più di due decenni Belmokhtar, un jihadista di origini algerine, ha rivestito un ruolo centrale nei movimenti di jihad nell’Africa Occidentale. Nel 2013 sancì la nascita del gruppo Al Mourabitoun, formato dall’unione dell’AMB (al-Mulathamun Battalion) e il Movimento per l’Unità e Jihad in Africa Occidentale (MUJAO), e considerato attualmente dal Dipartimento di Stato americano “la più grande minaccia all’America e agli interessi occidentali nel Sahel”. Il background di Belmokhtar, la sua ideologia, i suoi obiettivi e le sue attività potrebbero portare a considerare il movimento di cui è leader come una delle principali ramificazioni di AQIM (Al Qaeda in the Islamic Maghreb) nella regione nordafricana. Nato nel 1972, Belmokhtar si unisce ai movimenti di jihad in Afghanistan nel 1991, per poi ritornare in Algeria, il suo paese natio, nel 1993. In Algeria, si unisce alla principale organizzazione jihadista algerina, l’Armed Islamic Group (GIA). Già verso il 1998, la brutale azione del gruppo GIA, divenuta in seguito GSPC (Salafist Group for preaching and Combat) aveva raccolto un enorme supporto. L’azione dell’organizzazione espanse le proprie operazioni fino il Nord del Mali, Mauritania, Niger e Ciad. A partire dal 2004 iniziarono una serie di contatti con il leader di Al Qaeda in Iraq, Abu Mus’ab al-Zarqawi, che portarono un allineamento del gruppo jihadista africano con la jihad irachena. Solo nel 2012, Belmokhtar dichiarò l’indipendenza de facto da AQIM. In un video rilasciato nel dicembre dello stesso anno, venne proclamata la nascita di una nuova “brigata”, l’AMB. Un anno dopo, l’unione dell’AMB con il movimento MUJAO sancì l’istituzione effettiva del gruppo terroristico Al Mourabitoun, di cui tuttora Belmokhtar è il principale leader. 

Al Mourabitoun nasce con l’intento di affermare che il movimento jihadista in Africa Occidentale è più forte che mai. Si afferma come principale gruppo sunnita-salafita del Sahel. Il principale nemico viene identificato nella Francia, a causa dei suoi particolari interessi nella regione, motivo per il quale il gruppo ha annunciato la sua volontà di contrastare ‘lo Stato francese ed i suoi alleati nella zona’. L’organizzazione ritiene di avere il dovere, sancito dalla legge islamica, di “garantire l’unità musulmana dal Nilo all’Atlantico, sotto la bandiera della shari’a. Questo comporta l’espulsione di tutte le influenze americane ed occidentali dal dar-al-Islam, la terra dei musulmani, prima di sancire l’unificazione del Califfato Islamico. La specifica struttura di Al Mourabitoun risulta tuttora sconosciuta. Il gruppo è governato dal suo leader, Belmokhtar, e dal Consiglio della Shūra, il quale stabilisce l’agenda dell’organizzazione. La nomina dello stesso Belmokhtar è stata resa pubblica con la pubblicazione online di una dichiarazione che sanciva l’affidamento della leadership da parte del Consiglio. 

L’organizzazione jihadista riesce ad finanziarsi attraverso rapimenti di ostaggi e attività criminali, stando a quanto dichiarato dal Dipartimento di Stato americano. L’azione di Al Mourabitoun viene associata infatti ad azioni quali il rapimento di occidentali, turisti o diplomatici, razzie e saccheggi, traffico di droga, armi e migranti illegali oltre il Sahara. Uno dei principali punti di divergenza da AQIM, sempre secondo il governo americano, è l’idea, secondo Belmokhtar, che le negoziazioni offrano importanti vantaggi per raggiungere i propri obiettivi. In diverse occasioni, il leader algerino ha condotto direttamente negoziato i riscatti per i prigionieri con i rappresentanti dei governi. 

Dall’anno della sua istituzione, Al Mourabitoun ha saputo affermarsi nella regione sahelo – sudanese soprattutto grazie alla sua intensa azione terroristica, concentrata per la gran parte in Mali. Non si tratta soltanto di attentati che sono stati rivendicati, come quello in Burkina Faso o i numerosi nello Stato maliano. Gli studi che sono stati indirizzati all’azione del movimento jihadista portano a pensare ad un legame sempre più viscerale con le forze di AQIM, arrivando a considerare lo stesso movimento di Belmokhtar come il principale braccio di Al Qaeda nell’Africa Occidentale. L’azione del gruppo jihadista ha raccolto negli anni maggiori sostegni esterni, e questo ha portato le principali potenze mondiali a sancirne la prescrizione nella lista delle organizzazioni terroristiche. I primi a riconoscerne la pericolosità sono stati gli Stati Uniti, nel 2013, seguiti da Gran Bretagna, Emirati Arabi Uniti e Nazioni Unite nel 2014. 

Ciò che principalmente preoccupa dell’azione di Al Mourabitoun, oltre alla caratteristica brutalità e violenza delle proprie azioni, sono i possibili sviluppi che riguardano lo scenario Sahariano e sahelo – sudanese, soprattutto in relazione alle altre numerose organizzazioni terroristiche. Nel 2015, per esempio, il co-fondatore del gruppo Adnan Abu Waleed al-Sahrawi aveva dichiarato un allineamento del movimento con lo Stato Islamico. Tale impegno è stato prontamente smentito dallo stesso Belmokhtar. Ma cosa succederebbe se Al Mourabitoun dovesse impegnarsi in relazioni con IS? Sarebbe invece plausibile un coinvolgimento con l’azione di Boko Haram, che già in passato aveva fornito il proprio supporto al MUJAO? E quali evoluzioni ci potrebbero essere nei rapporti con AQIM, in relazione al controllo della regione Occidentale del continente? Queste problematiche condurrebbero certamente alla più generale questione riguardante lo sviluppo e la proliferazione delle cellule jihadiste nella regione sub-sahariana. Un’intensificazione dei movimenti di jihad potrebbero rendere l’estirpazione di questo cancro ancor più difficoltosa, favorendo una maggiore instabilità e precarietà nei governi africani. Sulla base di tali supposizioni, si potrebbe desumere che la risposta occidentale debba essere essenzialmente politica, intesa a colmare i vuoti di potere e di controllo territoriale. Ancora, il rafforzamento di quello che viene definito ‘islam moderato’ e che si identifica con le forze vicine alla Fratellanza musulmana potrebbe fungere da baluardo contro forme più radicali, dando ugualmente espressione a sentimenti identitari. Vi è da sottolineare come un’efficace risposta al jihadismo debba passare attraverso il coinvolgimento e gli impegni diretti dei governi locali. Creare dei presupposti affinché tutti gli attori statali dell’Africa del Nord e del Sahel possano costituire un fronte comune contro la minaccia jihadista dovrebbe essere una delle priorità della comunità internazionale e dei governi occidentali.

 
 

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